Captain Volkonogov Escaped: la recensione del dramma russo in concorso al Festival di Venezia 2021

08 settembre 2021
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Una città cupa nell'Unione Sovietica del 1938. Un ufficiale della polizia incaricato di torturare e mettere a morte i traditori, o presunti tali, del regime scappa. Oppresso dalla colpa, cerca il perdono, mentre i suoi commilitoni lo inseguono. Un ottimo Yuriy Borisov in un film in concorso a Venezia.

Captain Volkonogov Escaped: la recensione del dramma russo in concorso al Festival di Venezia 2021

Una città grigia, seppellita nel torpore. L’Unione Sovietica del 1938, mentre un dirigibile è atteso in cielo per dimostrare la modernità del regime comunista e sostenere il nuovo piano quinquennale. L’economia sovietica al suo massimo, mentre si combatte in Spagna, non ufficialmente, nella Guerra Civile, e i venti bellici si avvicinano anche al Mar Baltico. Natasha Merkulova e Aleksey Chupov sono una coppia di registi premiata nella sezione Orizzonti a Venezia nel 2018, con The Man Who Surprised Everyone. Captain Volkonogov Escaped è una nuova avventura contro il tempo e la morte. Nel film precedente raccontavano di un uomo rispettato, padre di famiglia e marito, oltre che agente in divisa, che scopre di avere solo due mesi di vita e cerca di ingannare la morte, avventurandosi in una foresta siberiana. In questo film seguiamo un altro rispettato uomo di stato, l’obbediente e ortodosso capitano Fyodor Volkonogov, ossessionato della morte, ma quella delle decine di persone che ha torturato e fatto condannare a morte. 

In una società impaurita, in cui ogni parola deve essere misurata, con mille orecchi pronti a trasferirla al “potere”, l’ufficiale improvvisamente si rende conto di aver creduto passivamente a una colossale messa in scena. Le confessioni erano estorte, e come gli dice un superiore, “insistono sul fatto di essere innocenti perché lo sono. Le persone che interroghiamo non sono davvero spie, terroristi o sabotatori. Ma sono tutti elementi inaffidabili. Sono innocenti ora, ma saranno colpevoli in futuro, quando non potremmo più fermarli”. Una efficace sintesi del costante paradosso su cui si fondava l’URSS, e la sua giustizia. Ogni punizione doveva avere un crimine, a costo di inventarselo. Lo stato etico così era salvo. “Mica uccidiamo chi non ha fatto niente”. Quindi era necessario il ruolo del capitano e dei suoi commilitoni, che iniziano a inseguirlo quando scappa, convinto che le convocazioni di molti di loro dal suo superiore porteranno a una delle tante “purghe”.

Un mondo post-apocalittico. A questo somigliano la vita e le istituzioni in uno stato dittatoriale basato sul terrore e l’iprocisia, quella di un consenso solo apparente. Una città senza speranza, in cui la sua bellezza e la storia degli edifici sono un puro simulacro, popolato da fragilità terrorizzate che indossano maschere. È questo il contesto in cui muove il protagonista, l’ottimo Yuriy Borisov, visto recentemente in Petrov’s Fru e nel notevole Compartment n.6.
I corpi degli aguzzini sono allenati costantemente, con lo sport che rappresenta il cameratismo e il potere fisico sugli altri. Sulle vittime, i cui corpi sono invece luogo d’elezione contro i quali mettere alla prova l’efficenza della macchina di repressione. Del boia capace di farne fuori fino a 40 al giorno, senza sprechi. Una pallottola e via, il segreto è l’angolo d’ingresso nel cervello. “Una leggenda”.

Quello di Fyodor è un viaggio di redenzione, attraverso le sue ossessioni e le sue colpe, in cerca di perdono e di una fede, unica disperata possibilità per cancellare il passato. Una fede riservata nel mondo sovietico solo alla Chiesa Comunista, che nega e reprime ogni possibile spiritualità o religione alternativa. Non c’è scampo, tutto è cupo, anche i bambini non conoscono la purezza della loro età, anzi, sono le vittime più pronte a capire la realtà dietro la facciata. “Nessuno ti perdonerà”, risponde una di loro a Fyodor, in una delle sue tappe dai parenti dei giustiziati, in cerca di un sollievo impossibile dalla sua colpa.

Scopre di avere un’anima, o forse gli fa comodo pensarlo, in un film senza cambi di tono, pesante come il peccato e la tortura. Un po’ semplicistico e monocorde, Captain Volkonogov Escaped indaga su un tema spesso scarnificato come quello di chi “obbediva solo agli ordini”, della reale possibilità o meno di un libero arbitrio capace di mettersi in mezzo fra la banalità e il male.

Captain Volkonogov Escaped
Clip Ufficiale del film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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