Captain Marvel: recensione del film con Brie Larson alla ricerca di se stessa

05 marzo 2019
3.5 di 5
65

Una storia con due messaggi chiari e forti, interpretata anche da Jude Law e da un ringiovanito Samuel L. Jackson.

Captain Marvel: recensione del film con Brie Larson alla ricerca di se stessa

Oltre a intrattenere, emozionare e divertire, il cinema è in seconda battuta lo specchio della società. Riflette mode, costumi e filosofie di pensiero e lo può fare passivamente (offrendo al pubblico interpretazioni dell'attualità) e attivamente (facendosi portavoce di punti di vista alternativi). In questi anni in cui si parla di muri da erigere su confini statali e dell'incessante lotta delle femministe per arginare quei maschi che femministi non sono, questo nuovo appuntamento con l'universo Marvel non lascia spazio a equivoci. Captain Marvel è un film femminista e rivolge un invito cristallino a non giudicare chi è diverso e abita al di là del confine perché, chissà, forse sta lottando per la sopravvivenza e non cerca nient'altro se non una nuova casa.

Il film è una origin story a ritroso. Siamo sul pianeta della civiltà Kree, tecnologicamente molto avanzata rispetto a noi terrestri che ancora non conosciamo l'esistenza degli alieni. Nella storia è il 1995 e come dice Nick Fury, che sta per dare vita alla divisione dello S.H.I.E.L.D. che conosciamo bene, "dobbiamo essere pronti per i nuovi nemici che verranno, solo non avevo idea che potessero arrivare dall'alto". Brie Larson interpreta una Kree con poteri che lei stessa fatica a controllare poiché l'instabilità si estende al suo lato emotivo. Jude Law è il suo mentore e conta su di lei per sconfiggere gli Skrull.

Passiamo al microscopio queste informazioni: i Kree hanno l'aspetto di noi terrestri (e che aspetto, guardando Law e Larson), gli Skrull sono verdi, brutti e anche cattivi. La sceneggiatura scritta da Geneva Robertson-Dworet e dai due registi Ryan Fleck e Anna Boden (prima donna a dirigere un film Marvel) rispetta la struttura narrativa del genere lasciando sbocciare poco a poco il cuore dei messaggi di cui si fa fiera portatrice. La ricerca della propria identità è uno di questi, perché Captain Marvel non sa di essere Captain Marvel né di avere un passato da terrestre. La sua è una vera e propria presa di coscienza delle potenzialità che ha, di come usarle e di come lasciare che la sua personalità decida di incamerarle. L'emotività, che sappiamo essere più femmina che maschio, è meglio controllarla o sbandierare il vessillo del io-sono-così-e-lo-rivendico?

L'altro messaggio è uno schiaffo ai governi la cui politica alimenta la paura del diverso, dello straniero. Bisogna capire che si devono avere elementi per poter giudicare, che ascoltare una sola voce significa limitare il proprio punto di vista, che il cervello può generare opinioni proprie tra logica, buon senso e analisi delle informazioni. Lo stesso gatto arancione potrebbe voler dichiarare qualcosa di se stesso, a cominciare dal suo nome Goose (oca) (anche se è più un riferimento a Top Gun).
Captain Marvel è tutto questo, è attualità vestita da anni 90. È uno dei pochi film Marvel in cui l'azione è drasticamente secondaria rispetto alla storia, tanto da assecondare quella dilatazione dei tempi sia nei dialoghi sia nel ritmo che fa sembrare il film lento, come se davvero fosse stato realizzato ventiquattro anni fa.
È anche un film in cui Samuel L. Jackson è co-protagonista e recita ringiovanito in computer grafica dall'inizio alla fine. Questo eccellente lavoro di estetica digitale si era visto su Michael Douglas in Ant-Man, ma un intero film con l'aspetto di un attore in un altro decennio della sua vita, lascia presumere che nel futuro del cinema possa esserci spazio per rivedere Brad Pitt di oggi, per esempio, trasformato nel Brad Pitt autostoppista di Thelma & Louise.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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