Captain America: Il primo vendicatore - la nostra recensione

21 luglio 2011
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A pensarci bene, non sorprende più di tanto che Captain America: Il primo vendicatore sia un film decisamente riuscito nella sua prima parte, che però poi si perde nei suoi sviluppi, appiattendosi sullo stereotipato stile fracassone di troppi blockbuster

Captain America: Il primo vendicatore - la nostra recensione

Captain America: Il primo vendicatore - la recensione

A pensarci bene, non sorprende più di tanto che Captain America: Il primo vendicatore sia un film decisamente riuscito nella sua prima parte, che però poi si perde nei suoi sviluppi, appiattendosi sullo stereotipato stile fracassone di troppi blockbuster contemporanei.
Perché a ben vedere, e non senza una qualche intelligenza, sotto la sua superficie di cinecomic che guarda al versante più ludico e favolistico della sua matrice fumettistica, Captain America riflette sulla natura e sul senso della retorica e della propaganda patriottica: il film di Joe Johnston chiama infatti in causa il personaggio creato nel 1941 da Joe Simon e Jack Kirby proprio come simbolo propagandistico, e solo marginalmente la sua rielaborazione ad opera del solito Stan Lee arrivata alla metà circa degli anni Sessanta. E raccontare la genesi di un simbolo di quel tipo è chiaramente più interessante che osservarne la sua declinazione pratica.

Steve Rogers non è un classico supereroe con superproblemi, è il prodotto sintetizzato di tutto quello che nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti amano pensare di sé stessi.
È quindi nel profondo un personaggio caparbio ma semplice, magari inesperto ma coraggioso: tanto da riuscire a farsi (quasi) da solo, da realizzare il suo sogno (americano). Il contenitore di quello spirito viene poi ipervitaminizzato, di modo tale da raggiungere l’ideale anche dal punto di vista fisico, formale, visivo. E la forza della forma, unita a quella del contenuto, creano un mix di straordinaria efficacia.
Prima di diventare il Capitan America che tutti conosciamo, però, Steve Rogers è una cavia della scienza prima e un pupazzo della politica poi: e una battuta di sceneggiatura affidata ad Hayley Atwell ce lo ricorda esplicitamente. Ed è per questo conflitto non solo potenziale o concettuale, che la genesi dell’eroe nel film di Johnston funziona tanto bene. Perché ne vengono raccontate la natura ambigua e il conflitto identitario.
Quando però Rogers smette i panni del Capitan America da palcoscenico per indossare quelli da battaglia (ovvero di un palcoscenico diverso), ecco che miracolosamente, e in fondo corentemente con la sua natura intima, ogni ombra svanisce, il potenziale si spiega senza incertezze, il comportamento è dominato da una purezza ideale quasi fanciullesca. Quella stessa purezza fanciullesca e un po’ vitrea che trapela dallo sguardo di un Chris Evans perfetto per la parte che è stato chiamato ad interpretare.

Così, senza troppe intenzioni di esplorare i conflitti latenti di un personaggio e dell’idea che l’ha generato, Captain America – Il primo vendicatore abdica ad ogni istinto di riflessione e si abbandona a un’idea standardizzata di spettacolo, strizzando l’occhio un po’ a Indiana Jones un po’ a Hellboy, (ri)trovando spirito ed estetica di Rocketeer e parte della la frenesia di Jumanji.
Ad animare il film rimangono i secchi latrati e l’ironia ancor più essenziale di Tommy Lee Jones, l’accento tedesco del Teschio Rosso che, nella versione originale, Hugo Weaving pare aver modellato su quello di Werner Herzog (peccato che il personaggio sia sottoutilizzato, specchio in negativo dello stesso spirito monolitico e appiattito della sua nemesi). E, soprattutto, le scaramucce amorose tra Rogers e il personaggio della Atwell: in parte perché modellate su alcune dinamiche da classica guerra dei sessi, in misura ancora maggiore perché è in quelle circostanze che la natura ingenua e inesperta del muscoloso protagonista emerge in maniera esplicita, cortocircuitando il suo eroismo con l’inettitudine alla vita che ha compensato a forza di pugni e lanci di scudo.
Di conseguenza, non commuove il sacrifico finale di un uomo che non conosce davvero il prezzo che sta per pagare, e il film di Johnston si chiude, non senza malizia non solo commerciale ma anche narrativa, proprio laddove le cose potevano farsi di nuovo interessanti. Ma per vedere come il figlio naif della spregiudicata e retorica cultura wasp che l’ha generato si possa confrontare con le complesse alchimie del mondo moderno, dovremo aspettare dei film a venire.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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