Calvario - recensione del film con Brendan Gleeson

10 dicembre 2014
3.5 di 5
12

La storia di un'espiazione e di un'impossibile redenzione.

Calvario - recensione del film con Brendan Gleeson

Irlanda del Nord, Contea di Sligo: durante una confessione domenicale un sacerdote apprende con sgomento che la pecorella smarrita a cui sta prestando ascolto ha intenzione di ucciderlo alla fine della nuova settimana. Il movente? Violenze sessuali subite durante l’infanzia da parte di un altro uomo di chiesa e l’assurda convinzione che un innocente debba pagare per le colpe di un altro solo perchè appartiene alla stessa categoria.

Un inizio così accattivante, che ci fa immediatamente pensare a Io confesso di Alfred Hitchcock, sembra voler collocare il secondo film di John Michael McDonagh della vasta categoria del mistery e del sottogruppo del whodunit, come ad avvertire che l’ora e mezza successiva sarà occupata dalla presentazione dei possibili colpevoli, dallo smascheramento dell’assassino e magari da una ricomposizione dell’ordine iniziale condita da una qualche morale della favola.
E invece no: al fuoco c’è molta più carne e le cose non sono così semplici.

Divertendosi a giocare una personalissima partita di Cluedo in cui l’arma del delitto non è un candelabro, l’omicida non si chiama Professor Plum e il “detective” conosce già l’identità del suo omicida, Calvario altro non è se non un giallo “sbagliato”, un’indagine volutamente non stringata che punta soprattutto a catapultarci nella crisi esistenziale e spirituale di un’umanità annichilita dalla disillusione e perciò beffarda.
Il ritratto dei personaggi che la compongono viene abbozzato dal regista con un miscuglio di malinconia e di umorismo caustico che, se da un lato sospende l’incredulità dello spettatore, dall’altra lo inchioda non tanto all’enigma e alla sua risoluzione, quanto ai protagonisti della storia e alla loro misera esistenza.

Forse la scelta di questa via alternativa e di quest’altalena di toni è meno consapevole di quanto si possa pensare, ma l’effetto è portentoso e aiuta a capire perché il silenzioso Padre James diventi un agnello sacrificale. Se quest’uomo imponente, ma tutt’altro che granitico nelle sue certezze, rappresenta la religione, allora è comprensibile che debba in qualche modo scontare una condanna, perchè a un Oceano di distanza dall’America dei santoni e delle ferventi comunità, esistono luoghi battuti dal vento della crisi dove il cattolicesimo sembra aver miseramente fallito, dove porgere l’altra guancia è diventato troppo umiliante, dove le domande non ottengono mai risposte.
Come ci indica il titolo, Calvario è quindi la ricostruzione di una nuova e molto poco mistica via crucis, di un’espiazione lunga quasi quanto la creazione in cui il sacrificio non laverà via nessuno dei peccati capitali.
Non siamo più nell’antica Galilea, insomma, e al pastore, una volta smarrito il gregge, non resta che prepararsi a vivere una nuova “bloody sunday”.

Molto suggestivo nella fotografia di Larry Smith e devastante nella descrizione delle varie solitudini, Calvario non sarebbe così efficace senza il suo magnifico protagonista, quel Brendan Gleeson troppo spesso confinato in ruoli secondari soprattutto dal cinema hollywoodiano. Il film è anche nella sua solidità, nei suoi sguardi silenzioni che racchiudono tempeste emotive solo apparentemente placate, nella sua barba rossa striata di grigio che esprime la fierezza di un leone e nello stesso tempo la desolazione di un predatore allontanato dal branco.



Calvario
Trailer italiano del film - HD


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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