Café Society: la recensione del film di Woody Allen con Kristen Stewart e Jesse Eisenberg

11 maggio 2016
3.5 di 5
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Il film che ha aperto il Festival di Cannes 2016 parla di destino, amore e nostalgia, guardando a Fitzgerald.

Café Society: la recensione del film di Woody Allen con Kristen Stewart e Jesse Eisenberg

Cosa dire ancora, cosa dire di nuovo, di fronte a un film di Woody Allen? Cosa dobbiamo sottolineare, ancora, del suo rielaborare in maniera sempre nuova, e magari spiazzante, temi e situazioni sulle quali lavora da una vita? È possibile sorprendersi ogni volta che torna sullo schermo per la sua creatività, per la determinazione noncurante con la quale continua a fare cinema, per la sua attitudine artigianale allo scrivere e a dirigere film a getto continuo, per la sua voglia di indagare la vita e i suoi scherzi?
Probabilmente sì. E Café Society ne è una conferma.

Irrational Man mostrava il lato grottesco della tragedia, questo nuovo film con Jesse Eisenberg e Kristen Stewart fa il contrario, e lo dice esplicitamente l'ennesimo alter ego del regista, il protagonista Bobby: “La vita è una commedia scritta da un sadico commediografo.” 
Perché Bobby, che ha lasciato New York per la frizzante Hollywood di fine anni Trenta, s'innamora della ragazza che è anche l'amante dello zio che gli sta dando lavoro nel mondo del cinema. Perché puoi voltare pagina quante volte vuoi - e in Café Society se ne girano tante, simboliche e non, passando da una città all'altra, da una religione all'altra, da una donna all'altra, da un uomo all'altro, perfino da un anno all'altro come nel bellissimo finale ambientato la notte di Capodanno, che richiama Io e Annie -, ma se la vita (o tu per lei) ha deciso di riproporti sempre la stessa situazione, la stessa frase, lo stesso volto, lo stesso esito, te le ritroverai sempre di fronte.

Più che il fato, qui Allen guarda dritto in faccia al destino: il destino di Bobby e Vonnie, quello del fratello criminale di lui, Ben. Pagine già scritte, che leggeremo (dobbiamo leggere) anche se messe in fondo al libro, rimandate. Anche se, come in questo film, il commediografo sembra mescolare le carte, indirizzare il suo film da una parte per poi farlo scartare dall'altra.
A dispetto dei colori saturi e della fotografia esuberante (ma si celebra il Technicolor che, dice la voce fuori campo all'inizio della storia, sembrava uscire dallo schermo e applicarsi anche alla vita mondana nella Hollywood degli anni d'oro, d'oro come i volti illuminati da Vittorio Storaro), o delle inevitabili battute taglienti (esilaranti i siparietti tra i gentitori ebrei di Bobby, con il consueto sarcasmo verso la religione) Café Society è una commedia brillante intrisa di dolcissima nostalgia.

Nostalgia amorosa, ma non solo, che Allen lascia emergere solo verso la fine, quando le luci e i colori dei party e dei cocktail e le chiacchere di potenti in smoking e socialite si affievoliscono leggermente per mostrare quello che c'è dietro.
E dietro, oltre a tanto cinema classico, citato come divertissement e in maniera mai pedantemente cinefila, c'è molto Francis Scott Fitzgerald, col Bobby di Eisenberg che si rivela un piccolo, grande Gatsby del Bronx, e suo zio (Steve Carell) che echeggia invece il protagonista di "Gli ultimi fuochi".

Facendo infrangere i sogni dei suoi personaggi, o costringendoli a rimanere tali, senza dargli possibilità di diventare realtà, Allen ci mette di fronte a quello che non possiamo evitare, e col quale dobbiamo fare i conti.
Perché Café Society, o celebrity culture, il risultato è sempre lo stesso: o ti abbandoni irrazionalmente all'amore, come in Magic in the Moonlight, oppure porterai sempre il rimpianto negli occhi. Come quelli di Kristen Stewart, cui il regista regala magnifici e morbidi primi piani d'altri tempi.

Leggi anche: Woody Allen apre Cannes 2016: "Rassegnatevi, mi sento giovanile e continuerò a fare un film all'anno"

Guarda anche: Café Society di Woody Allen, la nostra video recensione dal Festival di Cannes



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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