C'era una volta un'estate - la recensione del film con Steve Carell e Sam Rockwell

25 novembre 2013
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Esordio alla regia degli sceneggiatori vincitori dell'Oscar per Paradiso amaro

C'era una volta un'estate - la recensione del film con Steve Carell e Sam Rockwell

L’estate al cinema. Un classico, come anche nella vita. Come dimenticare le vacanze passate da ragazzi lontano dai libri di scuola, vicini alla salsedine e alle esplosioni ormonali. Un momento di passaggio per definizione, una linea d’ombra che si ripete ogni anno, almeno fino all’adolescenza e un po' oltre. Il cinema in questo immaginario ci ha sguazzato un mare di volte, regalando film leggendari, su tutti Stand by Me, che è diventato il canone di riferimento di questo sotto genere. Per cui sono andati sul sicuro, Jim Rash e Nat Faxon, quando hanno deciso di esordire alla regia con C’era una volta un'estate, titolo derivativo rispetto all’originale, altrettanto poco convincente, The Way Way Back. Sembra quasi non si riuscisse a trovare un titolo decente che potesse descrivere una storia così spesso raccontata.

In effetti l’originalità non è certo uno dei pregi maggiori di questa storia che ci fa conoscere meglio Duncan, un ragazzo di 14 anni costretto suo malgrado a passare le vacanze estive al mare (nella kennediana Cape Cod) insieme alla madre (Toni Collette) e a un patrigno sbruffone a cui daresti un pugno alla prima scena. Il suo passatempo preferito sembra quello di umiliare il figliastro e bloccarne la crescità, almeno in quanto ad autostima. Duncan vorrebbe piuttosto stare con il padre invece che dover sopportare degli adulti vocianti e sempre brilli che alzano la voce almeno quanto abbassano la fiducia nella natura umana. Sì, perché qui la maturità è un oggetto misterioso, semmai visibile nei ragazzi, molto meno nei grandicelli, pronti piuttosto a dimostrare vacuità mista a egoismo.

Per fortuna la valvola di sfogo, che renderà comunque indimenticabile la sua estate, arriverà sotto forma di un parco giochi, con scivoli, piscine e tutto il resto, ma soprattutto con il gestore di questo tempio del divertimento rimasto cristallizzato agli anni ’80. Un Sam Rockwell reddivivo, che conferma la sua capacità di mutare camaleonticamente pelle interpretando un quarantenne apparentemente superficiale, chiassoso e larger than life, che nasconde piuttosto uno zio acquisito che sa anche essere molto saggio. Rockwell è solo uno degli attori in un ruolo inconsueto, basti pensare al fatto che il patrigno è uno Steve Carell né divertente, né tenerone, ma semmai fedifrago e stupido.

Rash e Naxon si sono abbeverati alla fonte Alexander Payne, avendo vinto l’Oscar per la sceneggiatura di Paradiso amaro. Se lì avevano raccontato la storia di un uomo di mezza età alle prese con un lutto e con il rapporto complesso con la figlia, qui il punto di vista si capovolge e gli adulti sono letteralmente fuori fuoco, un rumore che si allontana mentre il protagonista cerca ogni scusa per lasciarli alle loro mediocrità piene di compromessi. In questo esordio hanno scelto la misura elegante di una storia di formazione nella tradizione del cinema americano. Gli attori sono ben scelti, la vicenda fila via tappa dopo tappa con garbo, ma anche senza troppi picchi.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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