C'è chi dice no - la recensione del film

06 aprile 2011
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La commedia di Giambattista Avellino parla di un problema piuttosto ingombrante, molto (ma non solo) italiano, utilizzando una chiave originale, almeno nelle premesse, che coincide con il piano d'azione del trio dei defraudati.

C'è chi dice no - la recensione del film

C'è chi dice no - la recensione

Erano dei giovani carini e di talento, avevano atteso quel momento con febbrile desiderio, arriva il giorno. Ed ecco che in un attimo il giornalista, il dottore e l'esperto di diritto (all'università) si vedono sorpassati, scippati di quel contratto che poteva svoltargli la vita. Meritano un incipit solenne questi giovani, non giovanissimi, d'oggi, che dicono no.

La commedia di Giambattista Avellino parla di un problema piuttosto ingombrante, molto (ma non solo) italiano, utilizzando una chiave originale, almeno nelle premesse, che coincide con il piano d'azione del trio dei defraudati. Ovvero la vendetta, la ripicca salvagente e salva-morale che Max (Luca Argentero), Irma (Paola Cortellesi) e Samuele (Paolo Ruffini) azionano contro i raccomandati di turno. Coloro che per vari motivi, di cui non sempre sono coscienti, hanno la via spianata da genitori, parenti, fidanzati "di ruolo".
Il regista dei film di Ficarra e Picone ha costruito una storia interessante, comica per i risultati incerti e spesso goffi dei tentati stalking ideati, sentimentale perché Luca Argentero non può non essere amato-ricambiato, emotiva e riflessiva per il carattere solidificato e attuale del problema.

L'equilibrio e il peso specifico di C'è chi dice no sarebbe stato tuttavia perfetto se l'infelicità e il condivisibile sconforto dei protagonisti fosse stato più fondamento e meno pretesto. La scrittura c'è (quella dello stesso Fabio Bonifacci di Si può fare e Diverso da chi?), ma vuoi per il timore di non far abbastanza ridere, vuoi perché si sono accorti troppo tardi del potenziale di verità della storia, la parte del dramma (precario) di un obiettivo fallito rimane sfocato. Poteva invece coesistere con il coraggio esilarante della vendetta.

Per i "pirati del merito": la Cortellesi è una felice certezza (prova meno incisiva, ma anche precedente a Nessuno mi può giudicare), Luca Argentero è persuasivo e onesto, abbastanza centrato, Paolo Ruffini mi ha sopreso, è il personaggio più dolcemente complicato, reso dall'attore toscano con le giuste sfumature e una dosata comicità. Arginato (forse) in un piccolo ruolo efficace e pungente Giorgio Albertazzi, l'autoritario barone dell'università.
Il fiorentino di Cortellesi e Argentero perde sicuramente molta aderenza negli sfoghi ma non frena. E non frena di certo la vicenda, che, nel bizzarro piano di protesta degli stanchi di subire, attua un movimento, non rivoluzionario ma ribelle, e comunque pur sempre un movimento.

Allora nel panorama della recente commedia italiana dove "leggero" è inflazionato quasi quanto "carino", non è facile essere spiritosi, (auto)ironici, concreti e attenti alle urgenze del Paese, schivando l'impalpabilità da una parte e la retorica dall'altra. Specialmente quando hai buoni film a paragone: Tutta la vita davanti e Generazione 1000 euro. C'è chi dice no trova un suo posto (non rassegnato) nel mondo.
Alla commedia di Avellino non manca cattiveria (spesso giustamente invocata nei film italiani ma non l'unico modo per dare spessore) semmai manca un'evoluzione. Sempre raccomandabile.
 



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