Broker, la recensione del film di Kore-eda Hirokazu in concorso al Festival di Cannes 2022

26 maggio 2022
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Il maestro giapponese torna in corsa con la Palma d'oro con un film che rielabora le sue solite, spledide ossessioni su famiglia e legami umani. Questa volta gira in Corea, con un cast di nomi noti e meno noti, ma i risultati sono sempre di alto livello. Sarà portato in Italia da Lucky Red e Koch Media.

Broker, la recensione del film di Kore-eda Hirokazu in concorso al Festival di Cannes 2022

Father and Son. Little Sister. Ritratto di famiglia con tempesta. Un affare di famiglia.
Che certe tematiche e certe dinamiche, quelle della famiglia, tradizionalmente intesa (ma meglio se invece non tradizionalmente), siano l’ossessione ricorrente di Kore-eda Hirokazu, lo sapevamo..
Un’ossessione splendida, coi risultati che ottiene trasformandola in film, e che torna splendidamente anche nel suo nuovo Broker, un film che non mi sorprenderei affatto se da noi venisse intitolato una cosa tipo “I ladri di bambini”.
Già, perché all’inizio di Broker vediamo una giovane donna, una notte di pioggia, lasciare un neonato davanti a una chiesa. Non lo mette nemmeno dentro quella che da noi si chiamava “la ruota”, ma lo adagia lì di fronte. Quando la donna si allontana è un’altra, che spiava tutto da un’auto, a mettere il bambino nella ruota. E però, i due che son dentro la chiesa, e che non sono preti, fanno sparire le prove dell’accaduto, e portano via il bambino. Sono trafficanti di bambini, che rivendono a coppie che non possono averne e che non possono o vogliono passare per i canali ufficiali dell’adozione.

Come spesso accade nei film di Kore-eda, quello che vediamo all’inizio può essere fuorviante. E bisogna fare molta attenzione a giudicare, il che è un insegnamento molto importante: non solo al cinema, ma nella vita di tutti i giorni.
Perché la giovane madre che ha abbandonato il bambino tanto snaturata poi non è, e quei due strani e buffi tipi che l'hanno portato via e lo vogliono rivendere non sono poi dei terribili mascalzoni. E perfino le due poliziotte che seguono poi la loro vicenda, quando a casa dei due mascalzoni si presenta anche la mamma snaturata, e i tre decidono di portare avanti l’affare insieme, si riveleranno molto diverse da quel che appaiono in partenza.
Nel corso di una vicenda on the road, con i tre uomini e un bambino, non in barca ma a bordo di uno scalcino furgoncino, con tappe che da Busan (Kore-eda questa volta gira in Corea) toccheranno varie altre città, sia noi che le poliziotte che li seguono scopriremo molto di questi protagonisti: psicologie, passato, storie personali, motivazioni nascoste.
E loro, con l’aggiunta di un altro bambino orfano che a un certo punto viene a far parte di questo gruppo, si scopriranno a modo loro famiglia.

I toni di Broker, a ben vedere, sono molto simili a quelli di Un affare di famiglia.
Nonostante i temi e le situazioni, se letti su carta, possono risultare seri e persino gravi, quello di Kore-eda è un film di una levità esemplare, di una leggerezza che non è affatto assenza di contenuti e sentimenti, ma che anzi, al contrario, contenuti e sentimenti li esalta attraverso la tenerezza, l’imbarazzo, quel tipo di umorismo che regala sorrisi capaci di accendere luci interiori, più che grasse risate.
Le domande alla base del film non sono inedite, nemmeno per Kore-eda, ma sono importanti: cosa vuol dire famiglia? Cosa vuol dire essere madre, e figlio? Cosa significa portare addosso il peso di certe scelte, imposte a noi stessi, gettate sulle spalle altrui?
Tutti i protagonisti di Broker, compresi i “ladri di bambini”, hanno sulle spalle un peso che deriva da fallimentari esperienze familiari. Chi non vede una figlia dopo un lungo divorzio, chi è cresciuto orfano nella consapevolezza di essere stato abbandonato.
Riconoscere i propri traumi nel dolore degli altri, e guarire un po’ smettendo di sentirsi soli, e ancora di più grazie a quel collante incredibile che sono i bambini, e quindi la famiglia, è la sola strategia di sopravvivenza. Assai di più delle bugie raccontate agli altri, o a sé stessi, o degli atteggiamenti che vorrebbero nascondere la propria fragilità, o del buttarla in caciara.

Il controllo di Kore-eda sui modi, sui tempi e sulle immagini del racconto, sulla scrittura del suo film e della sua messa in scena, è quello che conosciamo bene, e che mette in pace col mondo. Nonostante qualche vago eccesso nell’uso del pianoforte.
Cast coreano impeccabile. Song Kang-ho è il solito gigante, ma tutti gli altri non sono da meno: da Gang Dong-won a Doona Bae, passando per la bellissima popstar Lee Ji-Eun.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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