Boys: recensione della commedia malinconica on the road di Davide Ferrario

28 giugno 2021
3.5 di 5
10

E’ intimo, personale, ironico e appena nostalgico Boys, il film di Davide Ferrario con Giovanni Storti, Marco Paolini, Neri Macorè e Giorgio Tirabassi rocker non più giovani.

Boys: recensione della commedia malinconica on the road di Davide Ferrario

"Ci sono momenti in cui la vita sembra così semplice. Non c'è né un prima né un dopo, non importa ciò che sei diventato, ma ciò che sei". Queste parole, pronunciate dal personaggio di Giovanni Storti, notaio e batterista, racchiudono uno dei significati profondi di Boys di Davide Ferrario, che nel raccontare una rock band anni '70 non sventola la bandiera dell'idealizzazione del passato, ma è concentrato sull'oggi. E l'oggi, per Joe (Marco Paolini), Bobo (Giorgio Tirabassi), Giacomo (Neri Marcorè) e Carlo, è la musica suonata per passione, ma anche con un pizzico di distacco ironico e con la consapevolezza che in 40 anni il mondo è cambiato. L'oggi, per 4 uomini che si confrontano con un'età in cui non si è più leoni ma neanche anziani, è la paura di ammalarsi e una fragilità che si fa fatica a negare. L'oggi, infine, è una "questione di prostata", un po’ come accadeva ne Il Metodo Kominski e un po’ come succede all’80% dei maschietti agé e nel nostro caso a Joe. E' con simili incresciosi problemi che comincia la storia di una vecchia band avvicinata dalla manager di un trapper che vorrebbe contaminare il loro sound con le rime e le mosse di un idolo dei giovanissimi. In mezzo, un giornalista idealista che dice: "Voi avevate Jimi Hendrix, noi abbiamo X-Factor" e un universo femminile spesso imperscrutabile, da guardare imbambolati o da evitare per la fatica di mettersi in discussione.

C'è una tenue malinconia nella prima parte di un film che sembra personalissimo e che cerca e trova nell'amicizia un antidoto al tempo di cui è figlio: il tempo che ha portato al lockdown, il tempo dello spaesamento, della solitudine maschile più che femminile, dell'impossibilità di placare la tristezza calandosi una maschera sul viso. Joe, Bobo, Carlo e Giacomo la maschera non la mettono. Non indossano pantaloni di pelle né catene, e si sono convertiti alla ginnastica perineale, al diario minzionale e alle noie e alla banalità del quotidiano. Ciò che proprio non capiscono, e questo è forse il grande interrogativo del film, è perché tutti quanti intorno a loro abbiano come smesso di sognare, sognare di poter cambiare il mondo, in primo luogo. Loro non ci sono riusciti, ma ci hanno provato. Poi gli anni '80 li hanno inghiottiti, con il miraggio di una realizzazione professionale, ma fortunatamente la musica è rimasta. 

Boys passa con disinvoltura da un protagonista all'altro, scandagliano anime e gettando luce su incertezze. Accanto a voce, batteria, chitarra e tastiera, il film mette un altro personaggio importantissimo, che a volte rende felicemente il racconto quasi sospeso, romantico: la natura, con il fiume (il Po), gli alberi spogli, colline che ricordano un paesaggio lunare e la nebbia. A questa immobilità, che richiama lo stallo esistenziale ed emotivo dei componenti della band, contrappone la vivacità di colori più forti, come il blu elettrico o il rosso di una sequenza di un testamento. Gioca con le luci Davide Ferrario, e quando il film vira verso il road movie (a bordo di un furgoncino turchese da surfisti), osa: prima di tutto regalandoci una scena quasi onirica con tanto di coreografie alla Esther Williams.

Con la seconda parte on the road arriva anche il confronto più diretto con l'altro sesso e con quel trap inascoltabile che è prova di come la musica non sia più "uno sport di gruppo", ma un'arte in solitaria, fatta di pose, post su Istagram, gestualità un po’ ridicola e tendenza a bocciare tutto ciò che è arrivato prima per ignoranza più che per cultura e conoscenza. I nostri cavalieri tengono botta con fermezza a tanto orrore, in primis al personaggio di Giorgia Wurth (agente del trapper), che forse è l’unica nota un po’ stonata di una melodia perfetta. E’ quasi una cattiva da fumetto Federica, in un universo morale - quello dei Boys - che conserva la giusta sobrietà. Ma il contrasto stridente fra i due mondi probabilmente è intenzionale, a sottolineare che i rocker combattono con l'arma della dignità e dell'accettazione: degli altri e soprattutto di sé. Lo si capisce da una scena finale che è pura poesia.

E’ dolcemente spontaneo Boys, e per questo cambia ogni tanto rotta, diventando imprevedibile come la vita stessa, che è più facile affrontare, come dicevamo in apertura, se si resta fedeli al proprio passato confrontandosi però con la contemporaneità questa sconosciuta. 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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