Boyhood Recensione

Titolo originale: Boyhood

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Boyhood - la recensione del fim di Richard Linklater girato nel corso di 12 anni

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Boyhood -  la recensione del fim di Richard Linklater girato nel corso di 12 anni

Un film si aggirava nei pensieri degli appassionati di cinema. Un film che Richard Linklater ha iniziato a girare nel 2002 e finito nell’ottobre del 2013. Un film che si intitola ora Boyhood e segue la crescita di un ragazzo dai 6 anni fino all’inizio del college. I 12 anni della scuola pubblica americana, della vita a casa con i genitori. Molto semplice: la vita di un bambino che diventa ragazzo e di quelli che gli stanno intorno.

Lo vediamo crescere con la madre single grintosa, una sorella di un paio di anni più grande, un padre che lo ha avuto giovane, ha fatto i suoi errori, ma ci prova: a fare musica e non rassegnarsi, e a trovare la forza di essere più responsabile. Uno spaccato di vita che si nutre di quell’immaginario americano che ormai ci è più vicino del nostro, con le famiglie che lottano, coppie che non funzionano e che hanno il diritto di riprovarci, di una seconda possibilità, l’America che ha sognato con Obama e quella che stampa in rosso le parole di Gesù sulla Bibbia, per non sbagliare, quella che studia nei community college dopo anni persi, perché ci crede ancora, e quella che passa di generazione in generazione un fucile dell’800 come fosse l’anima identitaria intorno a cui ruota la famiglia. L’America rurale, dei pick up e delle birre in lattina.

C’è tutto il regista, liberal cresciuto nel conservatore Texas, che ha diretto, poche settimane ogni anno, un film molto personale. Quello di Linklater è sempre più un cinema che non si chiude negli steccati generazionali, con la maturità di chi riesce a parlare a tutti, sperimenta vie diverse, ma alla ricerca della semplicità, riuscendo a costruire una storia che dimostra la straordinaria potenza del cinema nel nutrirsi della verosimiglianza per arrivare alla verità.

La forza della musica si impone con la naturalezza di un timido accompagnamento e non, come spesso accade in questi casi, con la prepotenza posticcia di una compilation anno per anno. La società intorno va avanti, tanti fatti accadono, ma in un’età come quella della crescita sono flash, immagini sullo sfondo, entrano relativamente nelle vite di questi ragazzi, impegnati in ben altro. Linklater ci risparmia poi tante tappe già viste in questo genere di film, evita il didascalico della prima volta o del primo bacio, fonde con armonia quanto non viene mostrato e quello che viene detto, con la pellicola che non fa pesare il peso tecnologico dei 12 anni di riprese.

Gli anni per i ragazzi trasformano il corpo come nessun make up saprebbe riproporre, mentre agli adulti allargano i fianchi, aumentano le rughe. Due percorsi paralleli così ben amalgamati da rendere Boyhood un film imperdibile per i genitori, non solo per i ragazzi; per proiettarsi nel passato di adolescenti insofferenti alle preoccupazioni dei genitori, ma anche per mettersi nei panni di chi si preoccupa.

Dopo la Before Trilogy che ha accompagnato la crescita di tanti insieme a Céline e Jesse, ora scopriamo idealmente come Jesse è cresciuto. Sì perché il giovane Mason, interpretato con grande sensibilità da Ellar Coltrane, potrebbe essere tranquillamente l’aspirante scrittore di Prima dell’alba, di cui scopriamo la formazione e la crescita, prima di prendere quel treno per Vienna.

Boyhood è una semplice preghiera laica fatta di piccoli momenti di vita minuta, piena di umanità, che ci invita a credere nella libertà di essere se stessi, diversi, unici. Un film sul diritto di sbagliare e di imparare dai propri errori, genuinamente pregno dei valori e le contraddizioni su cui sono fondati gli Stati Uniti d’America.


Boyhood
Il trailer italiano del film - HD
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Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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