Bota Cafè: la recensione del film di Elezi & Logoreci

24 giugno 2015
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L'Albania si confronta con il suo passato comunista sforzandosi di immaginare un futuro

Bota Cafè: la recensione del film di Elezi & Logoreci

Albania, oggi. Molto lontano da Tirana, in un insediamento dove durante il regime comunista venivano esiliati i dissidenti, giace in mezzo al nulla il Bota Cafè (lett. "Caffè del mondo"). E' gestito dal confuso Ben, amante della sua giovane cameriera Nora e cugino di Juli, coetanea di quest'ultima e vera colonna del bar. La vita si trascina senza prospettive in uno scenario quasi postatomico, mentre Juli a casa bada alla nonna Noje, che in preda all'Alzheimer contina a scambiarla per sua figlia Alba, la mamma di Juli, scomparsa anni prima. La situazione si sbloccherà?

Bota Cafè è una coproduzione italoalbanese diretta da Iris Elezi e Thomas Logoreci, un film che ha il pregio, in un dibattito sociale che si è spostato su altre zone del mondo, di ricordarci che i problemi dell'Albania non si sono chiusi allo svanire dalle cronache dei famosi sbarchi post-1991. E' un confronto con la propria memoria e la propria storia quello messo in scena dai due registi, con l'aiuto di validi attori come la Flonja Kodheli di Vergine giurata, qui nei panni di Juli. Trent'anni esatti sono trascorsi dalla scomparsa del dittatore comunista Enver Hoxha, che controllò l'Albania dalla fine della II Guerra Mondiale alla sua morte, alla quale seguì in pochi anni il collasso della nazione, sancito ufficialmente dalle prime elezioni democratiche del 1991. Trent'anni non sono bastati a purificare le esistenze da un cancro seminato con i confini e le esecuzioni politiche, vissute dai parenti come sparizioni o finte morti naturali.

Bota Cafè è un film cupissimo, che fonde vita e morte nell'abbandono e nei fantasmi dei ricordi: Juli, vera eroina della storia, è tentata dalla fuga a Tirana perché solo la fuga sembra essere il passo necessario a costruire un'identità, che non si può appoggiare mai su una tradizione resa strazio da una società precipitata nel vuoto. Chi ricorda bene il periodo della dittatura, come Ben, preferisce non parlare e si autocondanna al cinismo e all'egoismo senza valori; chi ricorda e parla è solo una malata di Alzheimer, che rievoca il fantasma della figlia scomparsa alla confusa nipote Juli: un'identificazione inquietante che solo il coraggio potrà spezzare.

I temi sono chiari, la necessità etica di confrontarsi con il passato e di spiegarlo agli stranieri lo sono altrettanto. Il limite di Bota Cafè non è tanto la sua lancinante cupezza di fondo (l'argomento è angosciante, diversamente si rischierebbe l'ipocrisia), quanto un registro narrativo e registico che risolve quest'atmosfera di dissoluzione in modo molto classico, mai davvero spiazzante: rimane la sensazione che le spiegazioni siano trasparenti e preziose, ma che l'emozione ne risulti compressa, spuntando qui e lì dalla struttura come le ossa dei dissidenti dal suolo dei desolati panorami. Un'opera quindi utile, ma non costantemente coinvolgente.

Bota cafè
Il trailer del film - HD


  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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