Blancanieves - la recensione del film di Pablo Berger

26 ottobre 2013
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Guardando al passato e rileggendolo senza postmodernismi superflui con il senno di poi, il film parla paradossalmente del futuro possibile e auspicabile del cinema.

Blancanieves - la recensione del film di Pablo Berger

Cos’hanno in comune la Spagna assolata e polverosa, ancora ottocentesca e rurale, degli anni a cavallo tra i Dieci e Venti, e le fiabe cupe e gotiche dei fratelli Grimm? In apparenza, pochissimo.
Eppure lo spagnolo Pablo Berger ha fuso quei due universi alla perfezione, mescolandoli con altri ingredienti e sfornando un film meravigliosamente fuori tempo e sincrono rispetto alla partitura cinematografica attuale, capace di un coraggio che supera le ruffianerie di certi omologhi.
Perché, come lo strombazzatissimo The Artist, Blancanieves è un film muto. Un film muto, in bianco e nero e in 4:3. Ma, al contrario di quello di Michel Hazanavicus, il film di Berger è privo di ogni strizzata d’occhio, di ogni affettazione, assorbito completamente dalla sua storia, dalle sue esigenze, dalla sua estetica e dalla sua poetica.

Ecco allora che la storia di Biancaneve e i sette nani diventa quella della figlioletta di un celebre torero, nata in tragedia (madre morta di parto, padre contemporaneamente spedito in sedia a rotelle dall'incornata di un toro) e continuata peggio quando, dopo la morte della nonna che si prendeva cura di lei, finisce nelle grinfie di una matrigna sadica e crudele che dopo anni di schiavitù finirà col volerla morta.
Solo allora entrano in scena i nani, ma non importa, perché Biancaneve o meno, bastano poche inquadrature a far innamorare lo spettatore di un film che evoca con successo e senza mimesi opportuniste l’espressionismo angoscioso dei Dreyer, dei Pabst e dei Murnau. Per poi, con l’evolvere della storia e delle situazioni, guardare perfino ai modelli di Browning e Buñuel, senza disdegnare sfumature hitchcockiane.

Spietato e commovente, anche grazie ai volti pieni di forza e sentimento dell’affilata matrigna Maribel Verdú e delle Carmen tutte occhi e dolce derminazione di Sofía Oria prima e di Macarena García poi, Blancanieves trova nel linguaggio puro del muto la via per esaltare i sentimenti e le emozioni che racconta, e ancor di più il senso intimo e profondo del cinema, le sue potenzialità troppo spesso dimenticate.
E in qualche modo, guardando al passato e rileggendolo senza postmodernismi superflui con il senno di poi, Blancanieves parla paradossalmente del futuro possibile e auspicabile del cinema.

Menzione d’onore, necessaria, per la colonna sonora di Alfonso de Vilallonga, che rispecchia le ardite architetture estetico-narrative di Berger mescolando composizioni sinfoniche e orchestrali ad appassionati, carnali e malinconici flamenco.



Blancanieves
Il trailer italiano del film


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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