Bird: la recensione del film di Andrea Arnold presentato in concorso a Cannes

16 maggio 2024
3.5 di 5

Una ragazza di 12 anni che cresce in un contesto violento e marginale della provincia britannica. Un cinema sociale a cui torna Andrea Arnold, con un tocco di fantastico e liberatorio in più. La recensione di Mauro Donzelli di Bird, in concorso al Festival di Cannes.

Bird: la recensione del film di Andrea Arnold presentato in concorso a Cannes

Si finisce quasi sempre in acqua, non c’è niente da fare, quando si cerca di sciogliere i nodi irrisolti di una storia di formazione e di liberazione. L’attrattiva del ricordo amniotico così rasserenante deve essere troppo forte. Liquida o meno che sia, però, la vicenda di formazione di Andrea Arnold raccontata in Bird comincia con tutti i crismi (ma anche i cliché) del genere dramma sociale britannico. Un territorio da cui era partita come autrice, coltivandolo fino al primo decennio del nuovo secolo, con quel Fish Tank per cui ottenne uno dei tre Premi della giuria al Festival di Cannes. Dopo la trasferta nel documentario (Cow) e in altre pianure di marginalità come quelle raccontate oltre atlantico in American Honey, conferma la sua abilità rara nel maneggiare cast corali, spesso non professionisti o esordienti, adolescenti o poco più, con in comune un contesto famigliare quantomeno irrequieto.

Sono famiglie al plurale anche quelle della dodicenne Bailey (Nykiya Adams, bravissima), che vive con il fratello Hunter e il padre, che sembra più immaturo di loro, un Barry Keoghan che conferma le qualità mostrate ne Gli spiriti dell’isola. Una quotidianità già vista tante altre volte, una madre che colleziona fidanzati sbagliati e soprattutto violenti, l’instabilità di un quartiere che regala grande bruttezza e noia. Proprio quando ci si stava indirizzando tutti - regista, personaggi e noi davanti al grande schermo - verso una velocità di crociera senza panorami particolarmente accattivanti e una metà finale già immaginata, ecco che arriva un oggetto misterioso. È il Bird del titolo, una specie di angelo caduto, di amico immaginifico più che immaginario. Un’altra anima sola in cerca di radici perse nella memoria di quando era un bambino, rimasto con solo un cartoccio che rappresenta degli uccelli disegnati dalla madre. 

Questa comunità un po’ balorda che si aggira poco oltre l’estremo limite sud della grande metropoli, Londra, nutrita più dei rimpianti di una vicinanza solo geografica che i benefici, viene scossa da Bailey e dal suo Bird, interpretato da un Frank Rogowski sempre a suo agio in personaggi fuori contesto e spiazzanti. Fra un matrimonio in arrivo e la ricerca del padre mai conosciuto, mentre la violenza esplode dentro le case, tanto da farle sembrare sempre più fatiscenti, un margine di bellezza si intravede nelle note della musica suonata con gli amici dal padre, mentre un punk arrabbiato lascia spazio alle morbidezze di tono di una specie di greatest hits british, dai Verve ai Coldplay, passando per Damon Albarn. Tanto che a sciogliersi sono anche le implacabili dinamiche imposte da Arnold. Un pizzico di ottimismo si intravede, portato dalla voglia di volare con la fantasia e in un immaginario che concede a chi ha coraggio, come la piccola Bailey, di portarsi dietro anche i più grandi.

Un rito di iniziazione all’indipendenza, una presa di responsabilità che parte dalla più piccola delle famiglie e contagia anche chi non è ormai senza speranza. Un piccolo svolazzo inatteso in una storia che dimostra maestria nel farci affezionare piano piano agli improbabili personaggi che racconta, in una periferia che si prende il tempo di guardare avanti, in alto, verso il futuro, prima che a prevalere siano solo i rimpianti.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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