Bella addormentata - la recensione del film di Marco Bellocchio

05 settembre 2012
3 di 5

Non un film che si presta alle polemiche strumentali, non un film emotivamente caldo. Ma un film che trascende volentieri il tema dell'eutanasia standogli addosso.



Parla del caso di Eluana Englaro, Bella addormentata? Sì, lo fa indirettamente tenendolo come sfondo costante, raccontato dall’onnipresenza pervasiva dei media.
Parla dell’eutanasia come questione etica e morale? Sì, lo fa standogli addosso, marcandola stretta, inserendola in tutte le pieghe del racconto. Eppure, se Bella addormentata si limitasse a questo, sarebbe un film troppo banale, seppur registicamente egregio, per uno come Marco Bellocchio. L’impressione, allora, in un film discontinuo come questo, fatto di salite subitanee e inquietanti discese, è che da lì il regista sia partito per parlare di molto altro.

“In quest’Italia cinica e depressa”, come dice il senatore di Toni Servillo, hanno tutti, senza distinzioni, dato il peggio di sé nei giorni caldi e tesi che hanno preceduto la morte dell’Englaro, e nelle ore successive, ricche di volgarità di fronte alla morte, di meschinità negli egoismi di parte.
Hanno dato il peggio di sé nel nome di una morale ipocrita e opportunista, che Bellocchio giudica non secondo una logica partigiana né con ignavo cerchiobottismo, ma nel nome di un’esigenza morale ed etica il più possibile oggettiva, che nasce dalla responsabilità e dalla compassione e mai da una sola di esse.

Bellocchio prova empatia per i suoi personaggi, ma non esita a metterne in luce i limiti, come le difficoltà ad ascoltare la propria coscienza di Servillo, la vanità insita nella martizzazione di sé di Isabelle Huppert, l’ignavia di un Michele Riondino che si nasconde dietro i problemi del fratello per rinunciare alla vita. “Hai paura?”, chiede Alba Rohrwacher a Riondino; lui risponde sdegnato, perché è la paura, dice Bellocchio, il maggiore dei problemi, quello che li blocca e li riduce a una passiva inattività al servizio delle ideologie.
Un Bellocchio che costruisce l’intreccio della trama attorno a tre corpi femminili, quello della Rohrwacher, quello della Huppert, quello di Maya Sansa. Tre corpi costretti, costantemente, dalla tensione tra la necessità di un risveglio che riscuota e quella di un sonno pacificatore, tre corpi che fanno, tutti, il paio con quello invisibile della Englaro.

Da qui, da queste tensioni raccontate con una freddezza che lascia uno spazio minimo all’emozione, Bella addormentata si dipana. Forse troppo lungo, di certo imperfetto in alcune scelte narrative e di casting, meno audace e sublimato nelle esplorazioni metafisiche del suo autore di quanto sarebbe stato auspicabile; ma comunque capace di essere sferzante nel suo rigore e di alcune immagini cinematografiche di grande effetto.


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  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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