Beckett, la recensione: John David Washington in fuga nella Grecia post-crisi

05 agosto 2021
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Opera seconda di Ferdinando Cito Filomarino, Beckett è un conspiracy thriller che guarda ai modelli degli anni Settanta riletti alla luce di quelli dei Novanta. Presentato in Piazza Grande al Festival di Locarno, debutterà in streaming su Netflix il 13 agosto. A produrre, Luca Guadagnino.

Beckett, la recensione: John David Washington in fuga nella Grecia post-crisi

Povero John David Washington. Prima Spike Lee l'ha messo contro il Ku Klux Klan. Poi gli sono toccate le inversioni temporali di Tenet. Ora se ne stava sereno e felice in vacanza in Grecia con Alicia Vikander quando un maledetto colpo di sonno, non del tutto casuale, lo fa finire fuori strada, causando la morte dell'amata fidanzata, e dentro un complesso complotto politico internazionale.
Perché quando la sua auto sfonda il muro di una vecchia casa abbandonata, da qualche parte nel nord della Grecia, Beckett (che è il nome - a naso, non casuale - del personaggio di Washington e il titolo del film) vede qualcuno che non avrebbe dovuto vedere, e quando lo racconta la gente inizia a sparargli addosso.

La storia di Beckett - nata da un soggetto del regista Ferdinando Cito Filomarino, qui al suo secondo film dopo un biopic su Antonia Pozzi, e poi sceneggiata da Kevin A. Rice - è quella di una caccia all'uomo.
Meglio: di un uomo in fuga, in lotta per la sua sopravvivenza. Ma è anche, se vogliamo, la storia della lotta per la sopravvivenza di un popolo, o di un'idea di giustizia sociale.
Non siamo in Grecia a caso. La Grecia messa in ginocchio dall'austerity dopo la crisi del 2008 e quella del debito del 2015.
È evidente che Cito Filomarino ha studiato attentamente i modelli del cinema americano degli anni Settanta, i thriller carichi di paranoia e rilevanza politica e sociale di Sydney Pollack o Alan J. Pakula, mediando quella poetica con l'estetica del cinema hollywoodiano (e non solo) degli anni Novanta e arrivando a una sintesi capace di parlare del nostro presente. Cinematografico e non.
In breve: I tre giorni del condor incontra Il fuggitivo e Frantic, e i tre si mettono a parlare della situazione socio-economica del 2021.

Aiutato dalle location (il nord della Grecia è meraviglioso, Atene un simbolo perfetto del degrado metropolitano contemporaneo e delle crisi del presente), dagli attori (anche greci) e da una mano registica abbastanza felice (nonché supportata da un team tecnico di tutto rispetto), Beckett ti tira dentro alla storia piuttosto in fretta e nel complesso ti tiene lì fino alla fine, a dispetto di alcune fasi di eccessivi spiegoni, come quelli che arrivano quando Beckett in macchina con le due attiviste, una delle quali è Vicky Krieps, e del fatto che tutto il terzo atto è un po' telefonato.
Lo sappiamo bene, infatti, anche solo guardando l'orologio, che nel momento in cui il povero Beckett pensa di essere finalmente in salvo, quello in realtà è solo l'inizio di un nuovo round.
Un round animato dalla protesta di piazza (girata un po' così), dal cadere di tutti gli altarini, ma non di tutte le ambiguità, e da un finalissimo un po' esagerato in termini di salti e corpo a corpo.

Il rigore degli anni Settanta rimane lontano, e lo spessore politico è più ingenuo, vagamente sloganistico, mitigato e benevolmente distratto da una storia che, dalla prima all'ultima inquadratura, non dimentica mai la sua vena umanista, sentimentale e romantica.
Una vena sottile, quasi invisibile ma sempre presente, come un cuore fatto a penna sulla mano da non coprire mai. Profonda, come un senso di colpa che fa mancare il respiro.

Beckett
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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