Battle of the Year: la vittoria è in ballo - la recensione del film

29 novembre 2013

Il film di Benson Lee colpisce per il messaggio ma non per la forma

Battle of the Year: la vittoria è in ballo - la recensione del film

Chi non ha perso nemmeno un episodio di Lost, conosce benissimo il nome di Josh Holloway, attore decisamente belloccio e dai profondissimi occhi blu che per sei stagioni ha interpretato uno dei personaggi decisivi della serie. Se il nuovo passaggio dal piccolo al grande schermo (in un ruolo da protagonista) non ha comportato per lui nessun cambiamento di look – stessa acconciatura, stessa barba incolta – lo ha però introdotto in un mondo completamente diverso e sconosciuto: le gare internazionali di B-boying.
No, non è nata una nuova stella, Sawyer non si è trasformato in un ballerino acrobata. Semplicemente, è stato scelto come allenatore di un dream team intenzionato a vincere la Battle of The Year, la regina delle competizioni di Break Dance.

Anche se prende ispirazione da pluripremiato documentario diretto dallo stesso regista, Battle of The Year non è un film che ha la stoffa del campione, soprattutto se chi guarda non è un puro prodotto della cultura nordamericana.
Paradossalmente, a renderlo un po' ostico, nonostante la presenza del re del B-boying Do Knock, un buon uso del 3D e coreografie spettacolari, è proprio la sua caratteristica più originale: la commistione tra il filone danzereccio e i modi, il linguaggio e la retorica dello sport-movie.
Sappiamo benissimo quanta poca presa abbiano sempre fatto su di noi, per esempio, i film sul baseball e sul football, non solo perchè le discipline in questione tendenzialmente interessano poco, ma perché una certa competitività machista è sempre stata piuttosto estranea al nostro modus vivendi, in particolare se condita da frasi come “ce la puoi fare” o “non mollare, fratello”.

Ora, di “non mollare, fratello” Battle of The Year ne ha fin troppi, e anche la figura di un uomo alla deriva che si riscatta motivando un gruppo di ragazzi non aggiunge nulla di nuovo alle varie storie di redenzione.
E' interessante invece nel film la premessa per così dire morale del racconto: l'idea che la vittoria si può raggiungere solo attraverso uno sforzo collettivo, attraverso il lavoro di una squadra che è qualcosa di più della somma matematica delle abilità dei suoi componenti.
Con questo dance-movie, insomma, è come se gli Stati Uniti facessero ammenda, opponendo all'individualismo del self-made man una più equa solidarietà.

Funziona bene anche il miscuglio fra attori professionisti e veri b-boy, che riescono tutti insieme a creare un gruppo compatto nel quale nemmeno il  celeberrimo Chris Brown si impone come prima donna. Questi personaggi, però, ci arrivano poco, perché Benson Lee, forse intenzionalmente, non scava nel loro background.
Insieme ai singoli artisti, ci sarebbe piaciuto che venisse fuori la filosofia un ballo che alla scuola ha opposto la strada e che è nato dal desiderio di affrancarsi da disagio e povertà.
In fondo, lo scopo del regista è sempre stato il rilancio di una cultura che, a forza di essere male interpretata, in particolare dal cinema, è diventata sempre più underground sviluppandosi silenziosamente.
In parte l'obiettivo è stato raggiunto, ma fra un baby freeze e un elbow spin avremmo voluto vedere qualcosa di più sporco e di decisamente più duro.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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