Bastardi senza gloria, la recensione del nuovo film di Quentin Tarantino

01 ottobre 2009
4.5 di 5
1

Once Upon a Time in Nazi-Occupied France: c’era una volta nella Francia occupata dai nazisti. Comincia così Bastardi senza gloria, il nuovo, attesissimo film di Quentin Tarantino, che arriva nelle nostre sale dopo un lungo percorso iniziato il maggio scorso al Festival di Cannes.

Bastardi senza gloria, la recensione del nuovo film di Quentin Tarantino

Bastardi senza gloria - la recensione

Non si può certo dire che Quentin Tarantino si sia inflazionato. In diciassette anni di carriera, infatti, ha diretto solo sette lungometraggi, dedicando a ciascuno di loro il tempo e la passione che meritava. Per portare sullo schermo Bastardi senza gloria, la sua ultima fatica, ha impiegato oltre 10 anni, realizzando nel frattempo altri progetti. L’attenzione e l’amore che gli ha dedicato traspaiono da ogni fotogramma di questa fiaba nera, una gloriosa epopea che nello stile di uno spaghetti western riscrive la storia – il cinema ha ancora questo potere – e ribalta con lo sguardo appassionato e fiammeggiante della celluloide un periodo buio del nostro passato, nonché un’epoca filmica scintillante e controversa.

Intessuto come al solito di cinema, Bastardi senza gloria non si limita ad accumulare nomi e citazioni ad uso degli adepti - da Ed Fenech a Hugo Stieglitz, da Aldo Raine a Madame Mimieux e Wilhelm Wicki – e a riecheggiare toni e sequenze di film celebri come Il mucchio selvaggio, opere di propaganza nazista e film di montagna. E nemmeno a vestire Melanie Laurent come la Veronika Voss di Fassbinder, in una cornice parigina che ricorda L’ultimo metrò di François Truffaut. Quello che Tarantino fa stavolta, più che in altri suoi film del passato, è portare in primo piano, in un ruolo narrativamente da protagonista, il cinema. E lo fa con una maturità espressiva e una qualità della messinscena che, senza nulla togliere ai suoi precedenti film, lo proiettano di diritto nel Gotha dei grandi autori del cinema mondiale (e speriamo che l’Academy glielo riconosca).

Non ci riferiamo soltanto alla meravigliosa sequenza della sala cinematografica in cui si incrociano i destini dello stato maggiore del Reich, dell’acuto e inquietante Hans Landa, della giovane ebrea Shoshana in cerca di vendetta e degli ingloriosi Bastardi Apache, ma anche al modo con cui Tarantino ci arriva. Dopo un primo capitolo di incredibile tensione, in cui un attore fino a ieri sconosciuto come Christoph Waltz dipinge una delle figure di nazisti più spaventose e originali mai viste nel cinema di genere, senza ricorrere a nessuno degli usuali cliché, ma sfoderando out of the blue la pipa di Sherlock Holmes e passando da una lingua all’altra senza soluzione di continuità (è fondamentale vedere il film sottotitolato!), incontriamo i Bastardi del titolo. Ed è impossibile non simpatizzare con questo gruppo di selvaggi ebrei, gaglioffi e un po’ cialtroni, vendicativi ed eroici, che svolgono convinti ed appagati il compito di seminare il terrore nelle file naziste. E basta ascoltare Brad Pitt con quell’incredibile accento del Tennessee, vedere Eli Roth brandire la mazza dell’Orso Ebreo con lunatica concentrazione, o Til Schweiger incarnare la cruenta pazzia di Hugo Stieglitz, per capire che siamo in pieno territorio tarantiniano: quella serie B in cui si colloca tra l’altro Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, il cui titolo inglese è stato di ispirazione per quello originale del film.

Ma il divertimento – perché sì, questo è un film sui nazisti divertente, anche se questo può imbarazzare chi è abituato a prendere tutto alla lettera e sul serio – continua con l’assurdo assedio a cui il giovane eroe di guerra interpretato da Daniel Bruhl sottopone la più acerrima e motivata nemica del Reich, con la Mata Hari di Diane Krueger, star del cinema tedesco votata al tradimento, e con il gioco a cui si trovano costretti i nostri eroi nella locanda (un gioco che molti italiani avranno visto nella trashissima parte di una vecchia edizione di Buona Domenica). Avere Goebbels ed Hitler come protagonisti di un film permette inoltre a Tarantino di giocare il suo gioco preferito: da un lato proporsi come dio creatore che plasma la realtà, e dall’altro puntualizzare con cinefila precisione che Goebbels era essenzialmente il capo dell’industria cinematografica tedesca, che ebbe sotto la sua direzione – orientata principalmente alla propaganda – il suo periodo di massimo splendore.

Non ci diffonderemo – non basterebbe un intero saggio - sulla bravura degli attori, come al solito egregiamente diretti, o sulla scena in cui il sogno del grande schermo si concretizza in incubo per il Male terreno, sull’uso delle musiche (tra cui molte di Sergio Leone), sul dettaglio o il particolare che rendono fondamentali alcune scene in apparenza di transizione, o sulle splendide scenografie: tra opera lirica e cabaret, avanspettacolo e cinema d’autore, ce n’è abbastanza per tutti i gusti e per tutti i tipi. Se non abbiamo mai avuto dubbi sull’enorme talento di Tarantino, qualche volta in passato ci è sembrato che mancasse un po’ di cuore: siamo felici di essere stati smentiti.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
Suggerisci una correzione per la recensione
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming
lascia un commento