Bangla Recensione

Titolo originale: Bangla

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Bangla: recensione della commedia al 50% bengalese e al 50% italiana

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Bangla: recensione della commedia al 50% bengalese e al 50% italiana

"Nell'Italia che chiude i porti, un film fresco arriva da un italiano di seconda generazione", scrive a ragione qualcuno parlando di Bangla, romanzo di formazione di un ragazzo al 50% romano e al 50% bengalese che risponde al nome di Phaim e altri non è che il neoregista Phaim Bhuiyan, che si è messo dietro alla macchina da presa forse anche per sbrogliare la matassa delle sue emozioni, quelle amorose in primis, e per cercare di essere un ponte fra Italia e Islam, anziché schierarsi da una parte o dall'altra oppure oscillare fra le due culture.

E' questa esaltazione delle differenze, al posto del bisogno di omologazione o di un senso di non appartenenza, la prima piccola rivoluzione che compie Bangla, che di Ius Soli parla appena e quando parla, preferibilmente d'altro, si bea di un'evidente cadenza romanesca, pescando da quel vivace calderone dialettale che contiene termini come "svaccare" o "daje". Phaim è un melting pot di appena 22 anni, un caleidoscopio di imput, o anche solo due cose insieme: moschea e Coca Cola, matrimoni in sari e jeans e sneakers, e Torpignattara che va verso Roma Nord. Torpignattara è il quartiere in cui il personaggio abita con la propria famiglia e che osserva con ironia morettiana e un pizzico di benevolenza, e che spiritosamente descrive quasi a inizio film come fosse la New York de I guerrieri della notte con le sue bande, salvo che qui sono quasi tutti innocui, specialmente gli hypster e i vecchietti che giocano a carte fuori dai bar.

E Torpignattara, anzi Torpigna, è Torpignattara al 100%, e non al 70% come la vedremmo attraverso gli occhi di un romano del centro suggestionato dalle vibrazioni di una zona multietnica dai profumi speziati. In Bangla, il quartiere appare con le sue bellezze, a cominciare dalla street art, che "invecchia come le persone", e anche i suoi angoli meno fascinosi, e se Asia entra nel suoi confini, è per autentica curiosità e perché di Phaim le interessa l'anima, che racchiude ingenuità e vivacità, timidezza e senso dell'umorismo, soprattutto senso dell'umorismo, che poi è la stoffa di cui è fatto Phaim Bhuiyan, che nella commedia si muove agevolmente.

Pesca da alcuni grandi classici della storia del cinema il regista e sceneggiatore - da Harry ti presento Sally a Ovosodo, passando per Caro diario per qualche titolo di Woody Allen - e, come alcuni protagonisti di questi film, guarda al femminile con incanto e autentico interesse, consapevole che, almeno fino a quando non si sposerà, non potrà sperimentare le gioie del sesso, che però stimola la sua immaginazione, non proprio come accade a personaggio di un libro di Philiph Roth, ma come succede a un normale ragazzo con gli ormoni giustamente in subbuglio. In questo senso Bangla non è un'educazione all'amore fisico o alla sua possibilità. Piuttosto è la storia di un'apertura a un sentimento che travolge e che fa uscire dalla propria comfort- zone. Di fronte al ciclone dai capelli bruni e turchini dei quartieri "fichetti", come un maialino di coccio Phaim si rompe, o comunque si scheggia, si apre al dilemma e, come dicevamo prima, sceglie di non scegliere, di valutare, di aspettare, mentre sua madre continua a ripetere "Prima lavoro, poi matrimonio, poi figli" e i suoi amici se ne vanno a Londra perché Roma, capitale di un paese che rischia l'implosione, è solo un luogo di passaggio, una tappa intermedia.

Non sembra un'opera prima Bangla, perché la regia è tutt’altro che elementare. Spigliata proprio come Phaim, si apre a sequenze oniriche e ad azzeccate riprese in soggettiva, inoltre butta già la quarta parte (o, se vogliamo, blocca la sospensione delliincredulità) grazie a una voce fuori campo che non solo accompagna il racconto ma contemporaneamente è la coscienza di Phaim, il "diavoletto" che gli parla all'orecchio.
La nostra coscienza invece, a maggior ragione dopo la visione del film, dovrebbe invitarci alla tolleranza e all'accettazione di chi arriva e di chi è a tutti gli effetti italiano ma la cittadinanza la prende a 18 anni. Bagla, però, non è, nelle intenzioni di chi lo ha pensato, rivolto solo ai nostri connazionali che rifiutano la contaminazione fra popoli. E' destinato, naturalmente, alle varie comunità bengalesi, che, secondo Phaim Bhuiyan, potrebbero anche guardarlo con sospetto. Speriamo che non avvenga.

Bangla è stato presentato in anteprima nazionale al Bari International Film Festival 2019

Bangla
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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