Bangkok Dangerous, la nostra recensione del film con Nicolas Cage

26 gennaio 2010
3 di 5

I fratelli Pang rifanno il loro stesso noir thailandese Bangkok Dangerous del 1999 usando Nicolas Cage come protagonista: ambientazione uguale, punto di vista differente. Arricchimento o inaridimento?

Bangkok Dangerous, la nostra recensione del film con Nicolas Cage

Bangkok Dangerous - recensione

I gemelli Oxide e Danny Pang sono noti al pubblico essenzialmente per The Eye e The Eye 2. Prima di diventare tra gli alfieri più gettonati dell'horror asiatico, i Pang avevano però originariamente debuttato nel 1999 con l'action-noir Bangkok Dangerous. Seguendo la moda dei remake “d'importazione”, dopo aver già rifatto in modo alquanto dubbio proprio The Eye, Hollywood ripropone Bangkok Dangerous con Nicolas Cage nel ruolo del killer protagonista.

I Pang, autori in prima persona del remake, hanno mantenuto identica l'ambientazione, usando la star estera come tramite per traghettare lo spettatore nella Thailandia malavitosa. Scelta oculata, tenendo presente la banalità dell'assunto: l'assassinio mercenario Joe scopre l'amicizia in un ladruncolo-assistente e l'amore in una farmacista sordomuta, appena dopo aver deciso di mettere a segno quattro incarichi a Bangkok e ritirarsi. Ma si può risalire dall'abisso?

L'ambientazione thailandese è l'unico elemento che possa, peraltro sin troppo lievemente, alleggerire la sensazione di già visto di ogni singola situazione. L'originalità non è un obbligo, ci mancherebbe, ma determinati tòpoi , come Tarantino insegna (non per niente adoratore di un certo cinema asiatico), si reggono oggigiorno solo sulla loro espansione metalinguistica, su un delicato equilibrio tra distacco e coinvolgimento, sulla spinta dello stereotipo fino al suo punto di rottura. Nell'originale i Pang non toccavano di certo le vette del migliore John Woo, ma per lo meno, lì dove il melodramma poteva apparire poco sincero, il compiacimento audiovisivo (in quel contesto un bene) teneva desto l'interesse. Nel prototipo infatti era il killer ad essere sordomuto, giustificando linguisticamente l'insistenza su alcune soluzioni registiche amabilmente invadenti in colonna sonora o nell'immagine. Il remake purtroppo non ha il coraggio di zittire un Cage le cui scelte ultimamente sono sempre meno comprensibili (Il prescelto? Segnali dal futuro? Ghost Rider?), spostando nella farmacista Fon sordità, mutismo e innocenza, che nel film di dieci anni fa spuntava disarmante dall'eterna ed inquietante fanciullezza del protagonista, isolato dal mondo e dal male di cui era un candido portavoce. Qui il conseguente aumento di battute in sceneggiatura spiega meno di quanto vorrebbe l'autodistruzione di Joe, alla cui prevedibilità di mentore e duro crepuscolare si associa purtroppo, inevitabilmente, un appiattimento anche della regia.

Viene da pensare che in un film spudoratamente di genere gli stereotipi funzionino solo se si contemplano, non di certo se li si spiega: notevole da parte dei Pang l'avere assorbito così bene la lezione del cinema hollywoodiano peggiore (quello che per inciso di solito si materializza spesso da noi nell'home-video), da questo punto di vista il compito è svolto con perizia. Ci permettiamo tuttavia di consigliar loro di tenere bene a mente l'esperienza del pur grande John Woo, la cui convivenza con le produzioni statunitensi non è stata infinita.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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