Babycall - la recensione del film

31 ottobre 2011
2.5 di 5

Babycall, quarto lungometraggio del regista Pal Sletaune, è stato presentato in concorso al Festival di Roma 2011

Babycall - la recensione del film

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Babycall - la recensione del film di Pål Sletaune con Noomi Rapace


Si era fatto conoscere internazionalmente con la black comedy Budbringeren, il norvegese Pål Sletaune. Poi, dopo la parentesi di Amatørene, aveva avuto ulteriore notorietà grazie a un solido thriller psicologico come Naboer.
Per il suo quarto lungometraggio Sletaune ha deciso di rimanere aggrappato allo stesso genere, amplificandone le ambizioni autoriali e conservando il protagonista maschile, Kristoffer Joner.
Ancora traumi, quindi, in Babycall, ancora personaggi che non riescono a distinguere la realtà dalla (perversa) immaginazione, ancora corridoi, appartamenti e palazzi che, lungi dall'essere familiari e rassicuranti, si fanno asettici cornici di sogni ed incubi ad occhi aperti.

Questa volta però la prospettiva non è quella maschile ed erotizzata di Naboer, ma è invece quella femminile, materna e ferita della Anna interpretata da Noomi Rapace, madre di un bambino di otto anni in fuga da un marito violento che ha tentato di uccidere il figlio. Forse.
Forse perché Sletaune gira un film dove l'impossibilità di distinguere i piani di realtà passa direttamente dallo sguardo della protagonista (o dei protagonisti) a quello dello spettatore. Cercando di confondere e spiazzare, mescolando le acque, sovrapponendo del "vero" soprannaturale all’ambivalenza della percezione.
Se emerge fin da subito infatti l'instabilità del personaggio della Rapace, è altrettanto chiaro che non è solo nella sua eventuale follia che va cercato il senso e la direzione del labirinto di Babycall. Anna e l'Helge interpretato da Joner stringono subito un legame forte non solo perché sono due drop-out, ma perché condividono una comune conoscenza della violenza domestica. Quella stessa violenza domestica che genera l’elemento soprannaturale del film.

Sletaune procede nel suo film con un andamento ossessivo e paranoide che contrasta con una messa in scena lineare e fredda ai limiti della sterilità, sia nelle architetture sia nelle occasionali ma significative incursioni nella splendida natura norvegese. Ma la precisione della forma non compensa l'eccessiva confusione di un contenuto troppo ambizioso e gestito con un pizzico di faciloneria narrativa.
E Babycall risulta allora irregolare e sbilenco come il volto, lo sguardo e il personaggio di una Noomi Rapace caricata ai limiti dell'irritante.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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