La recensione del thriller Awake - Anestesia cosciente

13 novembre 2008
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Uscito un anno fa in America, Awake – Anestesia Cosciente, opera prima di un esordiente totale di nome Joby Harold (che l'ha scritto e diretto), è un piccolo film malamente accolto da pubblico e critica in patria. Merita gli strali?

La recensione del thriller Awake - Anestesia cosciente

Awake - Anestesia cosciente, la recensione

Awake – Anestesia Cosciente racconta di un rampollo di una ricca famiglia imprenditoriale, Clay Beresford (Hayden Christensen), che si sottopone ad un trapianto di cuore per mano del fidato amico cardiologo Jack Harper (Terrence Howard), con il sostegno morale della bellissima neomoglie Sam (Jessica Alba), che Clay ha sposato a dispetto della diffidente madre-padrona (Lena Olin). Proprio sul tavolo operatorio si accorge che l'anestesia, pur avendolo lasciato paralizzato, l'ha mantenuto cosciente: sarà l'inizio di un incubo, che riserverà a lui e agli spettatori incredibili sorprese.

La caratteristica più marchiana di Awake, che potrebbe essere interpretata come difetto o pregio a seconda delle aspettative, è il suo ricorso, privo di qualsiasi vergogna, al “plausibile impossibile”, cifra che richiama alla mente più la cultura hollywoodiana mainstream che il background indipendente dal quale provengono i fratelli Weinstein, artefici dell'operazione. Per costruire la vicenda, il regista Joby Harold ricorre senza remore alla ricercata disonestà di colpi di scena spiazzanti, ai quali contribuiscono in modo solo onesto gli attori, che l'autore sfrutta nelle caratterizzazioni abituali tranne che in un solo significativo caso.

Se si riesce a sopportare un certo moralismo di fondo più che evidente nella seconda metà dell'opera, Awake funziona, specialmente in virtù di una rara corretta durata di appena ottanta minuti e dell'originalità della premessa: l'anestesia cosciente è una circostanza rara che può effettivamente presentarsi nella realtà e non mancherà di levare l'appetito allo spettatore più sensibile, a dispetto di un'effettistica non curata al 100%. Ancora più originale però è la presenza dell'elemento sovrannaturale, così poco insistito da lasciare il piacevole sospetto che si tratti solo di un inventivo escamotage narrativo per spiegare alcuni dei passaggi più contorti della trama.

La trappola del telefonato tende sempre l'agguato al “plausibile impossibile: riuscire a far funzionare la macchina di un thriller estremo senza caderci non è di certo un risultato rivoluzionario, ma sarebbe troppo facile liquidarlo come “trash”.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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