Autopsy - la recensione dell'horror con Brian Cox ed Emile Hirsch

03 marzo 2017
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L'ottima regia di André Øvredal e due bravissimi attori in un film claustrofobico e abbastanza originale, che si fa perdonare i punti deboli della della trama.

Autopsy - la recensione dell'horror con Brian Cox ed Emile Hirsch

Un obitorio, per chi non fa il medico legale, non è certo un ambiente in cui farebbe piacere passare la notte, soprattutto se è situato in un luogo enorme, deserto e sotterraneo, mentre fuori infuria la tempesta. Se poi fin dall’inizio vediamo un gatto, un campanellino attaccato al piede dei cadaveri in caso di improbabile morte apparente e la macchina da presa ci mostra un ascensore come unica via d’uscita, delle luci al neon e dei lunghi corridoi, già siamo predisposti al peggio (che spesso negli horror è il meglio). Sono questi elementi il biglietto da visita di Autopsy, debutto a basso budget nel cinema americano, con un cast in prevalenza britannico, del norvegese André Ovredal, autore del divertente e originale Troll Hunter.

E a fare la differenza, in un film costruito con un sapiente uso degli elementi classici del genere, dove lo sviluppo della bella idea centrale non viene sempre adeguatamente supportato dalla sceneggiatura, è in questo caso proprio la regia. A parte alcuni elementi telefonati (se una pistola in un giallo sparerà, cosa potrà fare un gatto in un horror?), la tensione è costante e mantiene desta l’attenzione dello spettatore, che giunge al massimo della concentrazione durante la lunga ed empaticamente dolorosa sequenza dell’autopsia della bella sconosciuta.

Ma facciamo un passo indietro. Protagonisti della storia sono due coroner, Tommy e Austin Tilden, padre e figlio, che portano avanti la tradizione di famiglia, come spesso accade nelle imprese funebri americane, nei laboratorio sotto la casa in cui vivono. L’esperienza di Tommy è un aiuto prezioso per la legge e lo diventa ancor di più per la necessità di risolvere in fretta il mistero del cadavere in apparenza intatto di una ragazza sconosciuta, trovato semisepolto in cantina, nel luogo in cui è stato commesso un cruento omicidio multiplo.

Quando la sera arriva lo sceriffo, chiedendo una soluzione per la mattina seguente, prima di dover affrontare la stampa, il figlio, invece di uscire con la fidanzata, decide di restare ad aiutare il padre. Fin dall'inizio, un paio di dialoghi rivelatori ci preparano a quello che seguirà: Tommy dice ad Austin che “ogni corpo ha un segreto. Alcuni lo nascondono meglio di altri” e poco più avanti, rispondendo a una domanda della ragazza di lui, afferma che un coroner deve solo stabilire la causa della morte, mentre capire il perché spetta alla polizia e agli psichiatri.

Ma è proprio il non chiedersi perché, fino a che non è troppo tardi, forse anche per un inconscio desiderio di morte per la loro infelice storia personale, ad esporli al male, mentre si avvicinano troppo al segreto della Jane Doe sul tavolo di marmo, violata all'interno da atroci torture e all'esterno dai loro attrezzi. Autopsy è costruito molto bene e rispetta la perfetta unità aristotelica di tempo, di luogo e di azione. Le psicologie dei personaggi con le loro realistiche dinamiche famigliari sono curate e approfondite e le performance degli attori –  Emile Hirsch ma soprattutto il maestoso Brian Cox - credibilissime.

Cosa gli manca dunque per essere il piccolo gioiello che speravamo di trovare? Soprattutto una maggior chiarezza in certi passaggi, invece del modo confuso in cui vengono risolte le apparizioni degli zombi e tutta la parte centrale, che fa quasi pensare che sia saltato qualche raccordo narrativo (problemi di budget? Di sceneggiatura? Imprevisti sul set? Non lo sapremo mai). Il finale però è ben risolto e di questi tempi possiamo essere più che soddisfatti. Non sappiamo se Ovredal continuerà a fare horror ma lo speriamo, perché il genere ha bisogno di registi come lui. In chiusura, ci sentiamo in dovere di citare, per la più bella ed espressiva interpretazione di un corpo inerte che abbiamo mai visto, la signorina Olwen Catherine Kelly, che si imprime nella memoria dello spettatore ed è - di fatto - la vera protagonista del film.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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