Automata - la recensione del film di fantascienza con Antonio Banderas

25 febbraio 2015
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Blade Runner e Isaac Asimov tra i tanti riferimenti del regista Gabe Ibáñez

Automata - la recensione del film di fantascienza con Antonio Banderas

Di robot, androidi e intelligenze artificiali è piena la storia della fantascienza.
E difatti, con i suoi richiami più che espliciti a certa estetica alla Blade Runner e alle fondamentali leggi della robotica di Asimov, il 43enne spagnolo Gabe Ibáñez sembra in qualche modo mettere le mani avanti: "Guardate che Automata non ha alcuna pretesa di originalità".
Il film interpretato da un rasatissimo Antonio Banderas punta piuttosto sulla personalità: su quella personalità che nasce da una solida e concreta identità di genere, e non dagli eccessi di ego o dall'abuso di esplosioni e CGI.

Dominato dal grigio sporco del cemento e delle nubi inquinate nella sua prima parte, e dalla sabbia arsa e dal cielo terso e implacabile nella seconda, Automata mette in scena una fantascienza talmente anni Ottanta e lo-fi da popolare le sue scene di stampanti ad aghi e cerca-persone che sembrano provenire da un passato remoto, e insiste tanto sull'eredità del capolavoro di Ridley Scott da risultare quasi stucchevole (perlomeno prima di addentrarsi nel deserto).
Ma rifiuta qualsiasi deriva filosofica o metafisica dickiana, rimanendo coi piedi ben saldi per terra, fedele al suo spirito da mediano del cinema. L'azione è centellinata, gli effetti speciali anche, e le poche deviazioni dalla trama principale (come tutta la linea narrativa relativa alla moglie incinta del protagonista) sono quasi goffe, un po' raffazzonate.

A Ibáñez interessa una cosa, e una sola: raccontare un semplice e copernicano messaggio umanista, quello di intelligenze artificiali che, invece di ribellarsi all'uomo come avviene quasi sempre nella fantascienza più o meno tecno-paranoide, decidono semplicemente di allontanarsene per vivere la loro vita, giudicando l'umanità oramai talmente irredimibile da non sprecarsi nemmeno a sottometterla.
Gli interessa così tanto da dichiararla fin troppo, e troppo esplicitamente; e da trascurare altri aspetti che avrebbero dotato Automata di sfumature e stratificazioni che gli mancano quasi del tutto, e che lo rendono sicuramente onesto e apprezzabile, ma anche un po' piatto e poco emozionante.

Sono pochi i brividi, se non quelli provati davanti al viso plastificato di una Melanie Griffith quasi irriconoscibile, e le saltuarie iniezioni di adrenalina tentate con scientifica misura da Ibáñez sono piuttosto annacquate.
Un mediano puro, Automata, che si mette al servizio del cinema e dell'industria e che non vuole esagerare. Meglio uno slancio in meno che perdere un pallone, sembra pensare, l'estro lo si lasci ad altri.
A volte ci vuole anche questo, per carità: ma allora perché quelle suggestioni malickiane di piedi nell'Oceano e tartarughe?






  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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