Attack the Block - la recensione della fanta-horror comedy di Joe Cornish

30 maggio 2012
3.5 di 5

All’horror, Attack the Block associa dosi massicce di commedia e di sci-fi. Con ottimi risultati.


Se è vero che, negli ultimi anni, il cinema di genere sta portando avanti un personale percorso di adeguamento alla contemporaneità, che assume di volta in volta le forme del recupero di una purezza originale o dell’esasperazione del meticciato creativo, allora il film che segna il sorprendente esordio del comico radiotelevisivo inglese Joe Cornish dietro la macchina da presa è davvero espressione dell’esprit du temps.

Perché all’horror,
Attack the Block associa dosi massicce di commedia (memore della tradizione del suo paese in fatto di black comedies, e quanto fatto da gente come John Landis in Un lupo mannaro americano a Londra, Joe Dante in Gremlinse, in tempi più recenti, dall'amico e collaboratore Edgar Wright in Shaun of the Dead) e di sci-fi. Senza dimenticare nemmeno una liberissima reinterpretazione di istanze socio-politiche, come fosse un Ken Loach spogliato da ideologie e militanze.
Basterebbe il canovaccio del film, a supportare l’affermazione: una baby gang della periferia londinese si trova ad affrontare (quasi) da sola un’invasione di alieni che sembrano demoniaci Barbabarba dalle fauci letali e fosforescenti.

Facendo del low budget una risorsa e non un limite, Joe Cornish lavora di fantasia e creatività, mettendo assieme un film ritmato e scandito, mai monocorde, abilissimo nello switchare rapidamente e senza soluzione di continuità da un tono all’altro, da un registro ad uno opposto.
Se di spaventi, di quelli veri, non ce ne sono molti, la tensione non manca, e va in crescendo dal primo all’ultimo minuto.
Le risate, invece, si sprecano, grazie alle intelligenti caratterizzazioni dei giovani protagonisti, personaggi che non avrebbero sfigurato in film più tradizionalmente proletari (come un Fish Tank di
Andrea Arnold) e che si ritrovano senza timori reverenziali in lotta contro la minaccia extraterrestre: non per salvare il pianeta o l’umanità, quanto il “block”, il loro quartiere, il loro territorio.
La loro vita e, di pari passo, la loro street credibility.

Nel contesto notturno e urbano che strizza esplicitamente l’occhio al cinema di Walter Hill e John Carpenter riletto in chiave ironica e pop (sembra quasi di vedere i Warriors implosi dentro il Distretto 13), la sfacciataggine gangsta di Moses e dei suoi compari (interpretati da efficacissimi signori nessuno) si mescola indissolubilmente con le ansie e le paure di normalissimi preadolescenti: facendosi metafora di un’età della vita da un lato, ricognizione sociale dall’altro.
Senza mai dimenticare di mettere il divertimento in primissimo piano, grazie anche ad un uso contagioso dello slang che, se lo si riesce a cogliere, rende virtualmente indoppiabile il film se non al prezzo di una drastica riduzione di significato.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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