Astolfo: recensione del film di Gianni Di Gregorio con Stefania Sandrelli

17 ottobre 2022
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Astolfo è il primo film in cui Gianni di Gregorio esce da Roma e da Trastevere e parla d'amore. L'attore e regista lo fa con l'aiuto di Stefania Sandrelli, eterea protagonista femminile della sua garbata e tenera commedia.

Astolfo: recensione del film di Gianni Di Gregorio con Stefania Sandrelli

È difficile collocare un film di Gianni Di Gregorio all'interno di un filone narrativo, di un genere cinematografico, o meglio di un sottogenere, dal momento che il grande contenitore delle sue storie è certamente la commedia. Pensando alla sua opera omnia, possiamo parlare di garbo, leggerezza, di realismo favolistico anche, ma forse la cosa più giusta da fare è istituire semplicemente la categoria "film di Gianni Di Gregorio", e questo perché lo sguardo dell'attore e regista è unico e rispecchia un atteggiamento verso la vita che appartiene soltanto a lui.

Nella sua visione delle cose vanno a confluire l'umanità, la generosità, l'ironia, una bonaria rassegnazione e l'italica arte di arrangiarsi. Ah, e l'empatia, soprattutto l'empatia, come appare evidente dal concatenarsi degli eventi di Astolfo, dove Gianni si fa chiamare il Professore proprio come in Lontano lontano. E a proposito di lontananza, se i tre protagonisti del gioiellino con Ennio Fantastichini e Giorgio Colangeli sognavano di trasferirsi all'estero, adesso la meta, che viene raggiunta agevolmente, è un piccolo paese immerso nella campagna laziale, dove il personaggio di Di Gregorio è costretto ad andare perché sfrattato dal suo appartamento in città.

Chi non conosce la filmografia del regista di Pranzo di Ferragosto, forse non capirà quanto un simile allontanamento da Trastevere - quartiere del regista e di tutti i suoi alter-ego - sia rivoluzionario. Per Gianni significa aver abbandonato la sua comfort zone, un luogo dove è universalmente amato e stimato e dove viene lasciato in pace. La sua nuova casa malmessa e con le crepe nei muri non gli rende, invece, le giornate tranquille, visto che lo mette in conflitto con il prete locale, che gli ha "rubato" il salotto, annettendolo alla propria dimora e alzando un muro. Al di là dell'esagerazione comica del contrasto fra i due personaggi, la situazione rimanda al rapporto ambivalente tra i romani e il potere, sia quello laico, o dei signori, che quello religioso, e quindi del Vaticano e di tutti quegli ordini monastici che si sono assicurati le ville e i palazzi più belli della capitale.

Il Professore, purtroppo, deve subire anche le angherie del sindaco, che gli ha sottratto dei terreni, ma, come fa negli altri film, Gianni di Gregorio limita la sua ribellione a frasi come "Adesso vado in comune e faccio un casino" o "che merda il prete", e finisce per rassegnarsi. Il che non significa che il nostro subisca, perché l'accettazione è per lui una scelta consapevole e di cui non vergognarsi, una via verso la serenità e l'espressione di una mitezza che prelude all'essere in perfetta armonia con il cosmo. E allora va bene dormire senza elettricità per una notte, guidare una vecchia Fiat Panda e perfino che la pioggia annacqui sugo. Il Professore, insomma, da abitante della città che fu caput mundi, possiede l'arte di arrangiarsi, e quindi di necessità fa virtù. Solo che, dopo quasi tre anni di Covid e di solitudine coatta, Di Gregorio gli ha voluto rivoluzionare l'esistenza ad Astolfo, facendolo innamorare e girando così il suo film più spensierato e più tenero.

Ma attenzione: l'amore per una donna che ha la bellezza e la voce dolce di Stefania Sandrelli non ha nulla a che vedere con le passioni senili di tante commedie romantiche americane, perché, ancora una volta, il punto di vista è unico, e quindi il sentimento viene raccontato come nessuno farebbe mai. Astolfo si sente ridicolo a pensare a una donna, impiega ore a scrivere un messaggio e non è preparato ai pettegolezzi di chi avverte i figli di Stefania che la madre non ha scelto un buon partito. Astolfo lo non capisce perché è un puro, è la generosità fatta persona e ha il raro dono dell'ospitalità. In questo, personaggio e attore si fondono in un unico settantenne che non crede in un Dio punitivo, ma nell'inclusione e nell'accoglienza. E in fondo tutti i film di Gianni Di Gregorio parlano di queste due straordinarie virtù, e qui il Professore ospita un uomo che si è intrufolato nella sua casa come uno squatter a cui si aggiungono un ragazzo e un vecchietto che prepara un ottimo ragù. Le scene in cui si vede questa combriccola che parla e ride bevendo amabilmente un "bicchieretto" o due di vino sono la parte migliore di un film che forse ha una trama un po’ esile e di tanto in tanto sembra non progredire, esattamente come l'affettuosa amicizia tra Stefania e Astolfo. Se la prima è quasi svagata e ha un che di etereo, il secondo si porta sempre dietro un pizzico di malinconia, che di notte lo tiene sveglio. Astolfo la accoglie, si alza, si mette in finestra e guarda la Luna, proprio come fece due secoli fa il suo amato Giacomo Leopardi. Quest'ultimo dedicò al satellite della Terra una splendida poesia. mentre Di Gregorio la poesia la mette nei suoi film.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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