Assalto al cielo: recensione del documentario di Francesco Munzi presentato al Festival di Venezia 2016

06 settembre 2016
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Un documentario di montaggio sul decennio più cruciale della storia italiana recente.

Assalto al cielo: recensione del documentario di Francesco Munzi presentato al Festival di Venezia 2016

Si parte dal 1967, con la nascita della contestazione, dell'utopia di un lotta non violenta condotta a forza di fiori nelle armi della polizia, e si arriva al 1977, con la Bologna di Radio Alice, del congresso del movimento e la Milano del Parco Lambro (con tutte le sue contraddizioni) passando per la nascita del terrorismo e della lotta armata. Si parte da un decennio complicato, violento e cruciale nella storia del nostro paese per arrivare, in qualche modo, a oggi: perlomeno con il ragionamento.

Non è un caso che Francesco Munzi, regista, e Giuseppe Trepiccione, montatore, abbiano deciso di inserire all'interno dei 72' del loro film , per due volte, quei cartelli di una volta che invitavano chi guardava a fermare la proiezione per iniziare a discutere di quel che si vedeva.
Perché da questo documentario di montaggio (che nasce dalla voglia del regista di raccontare e raccontarsi, attraverso i documenti filmati dell'epoca, una stagione vissuta tangenzialmente per motivi anagrafici), discussioni e riflessioni nascono in abbondanza.

Privo di qualsiasi intervento esterno, di interviste e testimonianze di singoli più o meno nostalgici, unicamente ancorato allo sguardo più oggettivo dei filmati e dei documentari dell'epoca, Assalto al cielo ricostruisce con agilità la trasformazione della contestazione di fine Sessanta in qualcosa di cupo e violento, riassume senza eccessivi schematismi i tanti rivoli e correnti che hanno contraddistinto il movimento e che sono arrivate a dissolvere il loro potenziale di cambiamento arroccandosi su varie forme di estremismo.

L'impressione, fermandosi nei punti indicati da Munzi (o anche a piacere), è che di tutto quel marasma ideologico e rivoluzionario - di quell'arcobaleno di tendenze che andava dai brigatisti ai post-hippie di Parco Lambro destinati all'eroina, passando per gli operai, gli studenti e gli intellettuali della fantasia al potere - alla sinistra parlamentare e non sopravvissuta siano rimasti solo i colori più sbiaditi, gli eccessi più sbagliati, gli ideologismi più rigidi.
E che quanto di veramente, potenzialmente fruttifero ha espresso quella stagione, si sia arenato, bloccato da una pallottola, da una dose di troppo, dalla pigrizia o dalla disillusione figlia di un velleitarismo forse, oggi, imperdonabile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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