Antlers - Spirito Insaziabile, la recensione: un dramma sociale mascherato da horror. Con la cupezza di Scott Cooper.

28 ottobre 2021
2.5 di 5

Ambientato in un Oregon scurissimo e dai colori desaturati, il film del regista di Out of the Furnace e Hostiles mira a essere fiaba nera e allegorica sui tanti mali degli Stati Uniti contemporanei. La recensione di Federico Gironi.

Antlers - Spirito Insaziabile, la recensione: un dramma sociale mascherato da horror. Con la cupezza di Scott Cooper.

Non sono mai stato in Oregon, ma mi piacerebbe tantissimo andare in Oregon. Perché l'Oregon, nordovest estremo degli Stati Uniti, è uno di quei posti dalla natura selvaggia e incontaminata che fanno subito Grande Nord, Jack London, avventura e isolamento, e che mi piacciono tanto.
C'è da dire, purtuttavia, che l'Oregon raccontato in Antlers, non pare poi così invitante, al netto di una manciata di scenari naturali da mozzare il fiato (e pure che in realtà è stato girato quasi tutto diverse centinaia di chilometri più a nord, superato il confine col Canada, nella Columbia britannica).
Anzi, altro che invitante: è decisamente un luogo cupo.
Cupissimo. Scott Cooper, già regista di film come Out of the Furnace e Hostiles, lo è stato già spesso e volentieri in passato. Ma qui si supera.

La cittadina ex mineraria dove si svolge la vicenda è uno di quei posti che stanno morendo; la protagonista, una maestra elementare interpretata da Keri Russell, ha un passato di abusi subiti, e suo fratello, sceriffo del posto (Jesse Plemons), pure; c'è poi un bambino timido e magrolino, vittima bullissimo, orfano di madre e con un padre che già era tossicodipendente, e che finisce pure posseduto da uno spirito malvagio. Wendigo, lo chiamano i nativi americani, qui più volte evocati ma presenti sono marginalmente, e rappresentati da Graham Greene.
Il panorama, capirete bene, non è dei più sereni. Tanto che viene il dubbio che, forse, Cooper abbia calcato un po' troppo la mano.

Cos'è che ci racconta Antlers, sotto la letteralità della sua storia? Dietro alla vicenda di due fratelli con un brutto passato alle spalle che cercano di salvare un bambino che una brutta storia la sta vivendo, nel contesto di un paese triste, dimesso, morente?
Al netto degli elementi fantastici, che si vede gli interessano ben poco e che emergono solo nel finale, assieme alle scarse influenze produttive di Guillermo del Toro, quel che Cooper voleva fare e raccontare tutte in una volta e tutte in una storia, distillate al massimo, le cose brutte degli Stati Uniti contemporanei. Che di certo non sono poche.
Più che un horror vero e proprio, Antlers è una fiaba allegorica nera, nerissima, plumbea. A partire dalla fotografia del tedesco Florian Hoffmeister, uno che ha lavorato con Terence Davies, e che fa un gran lavoro con le luci e i colori rigorosamente desaturati.

Eppure, proprio la fotografia, curatissima, anche troppo, spesso ai limiti della maniera, rivela come quello di Cooper sia un intento ambiguo, poco equilibrato, spesso incapace di mixare adeguatamente le istanze drammatiche, le questioni tematiche, e le esigenze del genere. E come ci sia uno sforzo di controllo ossessivo sul film che rende le vicende un po' ingessate, un po' artificiose.
La conseguenza, ovvia, è che le questioni sociali sono solo illustrative, e che l'efficacia dell'horror è limitata a quel paio di jump scares di routine (e quindi prevedibili).
Perfino Jesse Plemons, che è uno bravo, recita un po' con l'autopilota. Però, per noialtri nostalgici degli anni Novanta, c'è da segnalare la presenza in un ruolo secondario di Rory Cochrane: quello che rimarrà sempre nei nostri cuori come il Lucas di Empire Records.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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