Antebellum: la recensione dell'horror

07 dicembre 2020
3 di 5

Diretto a 4 mani da due autori esordienti, Antebellum arriva in streaming ma nonostante le ambizioni metaforiche fin troppo evidenti, delude nei risultati. La recensione di Daniela Catelli.

Antebellum: la recensione dell'horror

Dichiara fin dall'inizio le sue ambizioni, Antebellum, riportando in esergo una frase di William Faulkner: “Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato”, dando il via a quello che sembra inizialmente presentarsi come un nuovo capitolo di quell'affascinante e importante tendenza contemporanea che potremmo definire “new black horror” e che annovera i film diretti e prodotti da Jordan Peele e la serie tv Lovecraft Country, ovvero la scelta del genere da parte degli autori per parlare in maniera metaforica dell'oggi e rileggere il passato (o il presente) di una nazione costruita sul sangue degli schiavi e far capire che poco o niente è cambiato. L'inizio dell'opera prima di Gerard Bush e Christopher Rentz, nato da un incubo di Bush (che è tra i due, appunto, quello di colore) in effetti promette bene, con un bellissimo piano sequenza (in realtà due, legati insieme in modo impercettibile), muto e accompagnato solo dalla musica, che parte da una tipica casa neoclassica coloniale, dove una madre chiama una bambina, per aprirsi verso una piantagione che ospita battaglioni di soldati e portarci verso immagini di dolore e morte: siamo in piena guerra civile, gli schiavi hanno provato a ribellarsi e fuggire, e la loro punizione sarà terribile.

Conosciamo subito i protagonisti: il sadico capitano Jasper, che controlla con crudeltà il lavoro dei raccoglitori di cotone, e la schiava che ha condotto la rivolta, costretta a chiamarsi Eden e marchiata a fuoco dal suo “padrone”, un generale dell'esercito confederato. Assistiamo poi a scene di ordinario orrore quotidiano, con l'arrivo di una nuova ragazza incinta, che subito si presenta da Eden come se la conoscesse, chiedendole di farla fuggire. Hanno un che di moderno, questi schiavi, come se non provenissero dalle coste dell'Africa, ma direttamente dalle città degli Stati Uniti. A un un tratto squilla un cellulare e ci ritroviamo nel presente, a Georgetown, dove la protagonista si chiama Veronica, è una sociologa e attivista, autrice di un libro sulle strategie di adattamento messe in atto per la sopravvivenza da parte di chi ha subito un trauma, che espande il discorso ai traumi storici di cui ancora la classe dominante bianca americana si alimenta. È una donna sicura di sé, con marito e figlia. Si risveglia da quello che sembra un incubo (il primo dei particolari irrisolti nella storia), ma l'incubo deve ancora cominciare... Non riveliamo oltre della confusa (a dir poco) trama del film, diviso nettamente in tre atti. Diciamo solo che il viaggio a New Orleans per presentare il libro e trascorrere una serata da donne sole in città (una delle amiche è l'esuberante Gabourey Sidibe) apre nuovi scenari che si risolvono solo nel finale in modo banale e prevedibile, lasciando tuttavia molti nodi irrisolti.

Dalla seconda parte in poi, il trucco viene rivelato e Antebellum – forse per l'inesperienza dei due autori - non si solleva mai sopra la media come altri film del genere, che coinvolgono in un gioco intellettuale lo spettatore, restando al livello di un tema scolastico denso di buone intenzioni ma ingenuo e un po' goffo. Nonostante le convincenti performance degli interpreti principali (è splendida. soprattutto nel finale, la cantante e attrice Janelle Monae e non ne avremo mai abbastanza di Jack Huston), Antebellum è una buona occasione sprecata e la dimostrazione che non basta l'idea giusta a fare un film importante e riuscito. Forse anche perché la sorpresa non è veramente tale e richiama alla mente scenari alla Ai confini della realtà e alla Westworld, ma la semplificazione del contesto e la mancanza di approfondimento psicologico toglie forza e potenza al messaggio. Siamo dell'opinione che il film non abbia diviso e suscitato critiche perché è questo che gli autori, come hanno dichiarato, volevano ottenere: è solo che, per quanto lo vorrebbero, non tutti possono essere Jordan Peele.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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