Anora: la recensione del film di Sean Baker in concorso al Festival di Cannes 2024

21 maggio 2024
3.5 di 5

Il regista americano sorprende e diverte con un film che cambia pelle due volte, e che passa dalla fiaba (scalmanata) alla Pretty Woman al romanticismo più dolente passando per la commedia esilarante. La recensione di Anora di Federico Gironi.

Anora: la recensione del film di Sean Baker in concorso al Festival di Cannes 2024

Cosa succede quando una spogliarellista ventitreenne d’origine uzbeka incontra a New York, nel locale dove lavora, il rampollo 21enne di un oligarca russo? Succede che lei gli si dedica con particolare attenzione, che lui le chieda di vedersi di nuovo, e poi di passare una settimana intera solo con lui. Tutto a pagamento, s’intende.
Feste, divertimeno, alcool, droga, tanto sesso: il primo terzo di Anora, il nuovo film di Sean Baker che prende il titolo dal nome della sua giovane protagonista (Mikey Madison, piuttosto esplosiva) va via tutto così. Così, con la consueta energia visiva del regista americano, con la storia di una ragazza che forse ha accalappiato un partito niente male: tanto che, presi dall’euforia, durante un viaggio a Las Vegas improvvisato con alcuni amici, i due pensano bene di improvvisare pure un matrimonio.
Una favola, quella di Cenerentola. Almeno così pensa Anora.

E però la voce di questo matrimonio arriva fino a Mosca, alle orecchie di mamma e papà dello scalmanato Ivan (Mark Eydelshteyn, una specie di Chalamet russo), che subito sentenziano: questo matrimonio non s’ha da fare, anzi, va annullato. Subito. Papà e mamma salgono su un aereo privato alla volta di New York, e nel frattempo saranno i loro uomini sul posto, quelli che avrebbero dovuto tenere d’occhio il bizzoso Ivan, a cercare di sistemare le cose. Non sarà facile, perché appena questi arrivano a casa degli sposini, e annunciano a Ivan l’arrivo dei genitori, il ragazzo se la dà a gambe, mollando lì Anora.
È qui che il film di Baker si trasforma, muta in qualcosa di inedito, di insolito, e trascinante.

Nella grande e lussuosa villa newyorkese dei genitori di Ivan, Anora rimane lì con quelli che potrebbero sembrare tre loschi scagnozzi, e che si rivelano semplicemente delle pedine gestite dai loro straricchi datori di lavoro, che di mostrare i muscoli han ben poca voglia e capacità, mentre la ragazza strilla, si agita, si ribella. E di accettare l’annullamento non ha la minima intenzione.
E quindi, invece di tramutarsi in noir, in gangster movie, in qualcosa di minaccioso, il film di Baker si tramuta in una commedia irresistibile.

Le dinamiche tra i tre che cercano Ivan per tutta New York mentre devono tenere a bada quel peperino di sua moglie, per poi portare entrambi davanti a un giudice, hanno risvolti letteralmente esilaranti, specie nell’inversione dei ruoli rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. Baker, che la commedia prima non l’aveva mai praticata, rivela un talento comico notevole: nella scrittura così nella gestione dei tempi, che per la comicità sappiamo bene sono essenziali.

Allo stesso tempo, mentre si ride tra una situazione paradossale e l’altra, mentre questo strampalato e male assortito gruppetto di protagonisti gira la città assieme al ragazzo scomparso - che oramai anche Anora ha capito non essere simpatico e impulsivo, ma capriccioso e viziato - Baker è capace di seminare gli indizi e le basi per una seconda, notevole svolta narrativa: quella che farà diventare la commedia un racconto sentimentale capace di smuovere anche i più duri di cuore.

C’entra un personaggio in particolare: dei tre uomini inviati dai genitori di Ivan, ce n’è uno che progressivamente emerge. Dapprima sembra l’ultima ruota del carro, quello che è lì quasi per caso, che con la famiglia di Ivan non ha nessun rapporto diretto e che appare quasi smarrito e incerto sul da farsi, nonché quasi secondario, narrativamente, rispetto agli altri due. In maniera lenta ma inesorabile, però Baker lo fa emergere.
Si chiama Igor, lo interpreta il bravissimo Yuriy Borisov, ed è quello che, proprio in virtù della sua lateralità, inizierà a a guardare a quello che lui e i suoi amici stanno facendo con un chiaro e silenzioso spirito critico.
Critico, soprattutto, sulla violenza e l’arroganza di un potere economico che pensa di poter piegare alla propria volontà (si tratti di un matrimonio per capriccio, o del suo annullamento) il resto dell’umanità e della realtà.

Se il passaggio dalla prima alla seconda pelle del film di Baker è netto, anche se non brusco, il passaggio dalla seconda alla terza è quasi impercettibile, eppure sensibilissimo. Da subito, infatti, Baker mette dentro alla sua commedia quasi slapstick degli elementi che derivano direttamente dalla commedia romantica degli anni d’oro, dai film sulla guerra dei sessi, lavorando con grande progressività e notevole intelligenza su uno scontro che finirà, senza esplosioni, ma con grande sensibilità, per diventare un difficile incontro. Un incontro delicato, fragile, silenzioso e commovente.

Quando poi, nel silenzio, partono i titoli di coda - semplicissimi, scritte bianche su fondo nero, nessuna font a effetto - ci si rende conto di quanta strada si è fatta da un incipit completamente diverso, fatto di musica sparata, colori saturi, dinamismo visivo e giovinezza incosciente. Ci si rende conto che, con fare quasi camaleontico, Baker non ha raccontato solo una storia superficiale, ma la maturazione di due personaggi. Che è passato dalla notte al giorno, dall’illusione alla realtà. Con tutto il dolore che questo comporta.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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