Annie Parker: la recensione del film con Samantha Morton e Aaron Paul

23 ottobre 2014
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Un tema e un messaggio necessari.

Annie Parker: la recensione del film con Samantha Morton e Aaron Paul

Quando un film contiene un messaggio forte, addirittura necessario se può tradursi in un consiglio da cui dipende la nostra sopravvivenza, diventa molto difficile giudicarlo, a meno che la forma e la sostanza non siano altrettanto significative.
Nel caso di Annie Parker, che ha certamente i suoi pregi ma anche dei difetti, occorre quindi separare la funzione sociale dalle qualità più strettamente cinematografiche.
La prima cosa da dire è che un film che parla del cancro al seno invitando alla prevenzione è un dovere morale, perché si tratta di una malattia che, in caso di diagnosi precoce, non porta alla morte e magari nemmeno alla chemioterapia.
Inoltre, il rifiuto sessuale e la discriminazione che le donne costrette alla vasectomia talvolta subiscono è una realtà talmente agghiacciante da meritare di non essere mai persa di vista, perché niente riesce ad annullare tanto rapidamente e crudelmente la femminilità.

Già da queste prime informazioni, si capisce che Annie Parker non è il classico piagnucoloso cancer-movie nel quale si indugia in strazianti addii alla vita terrena, solidarietà à go-go e magari una passione amorosa che culmina in un matrimonio lampo.
No, la vera storia delle due donne che ebbero un ruolo fondamentale nella scoperta del gene BRCA (l'Annie Parker del titolo e soprattutto la genetista Mary-Claire King) è l'istantanea impietosa di una battaglia per la vita mostrata nella sua faticosa quotidianità e nella sua sgradevolezza, una lotta che all'assalto continuo al corpo risponde con la dignità dell'anima e l'apertura al sorriso.

L'umorismo, prima più leggero e poi quasi nero, è la grande qualità del film e Steven Bernstein sa dosarlo bene: un po' nella movimentata vita sessuale di Annie prima della malattia, un po' nell'aria da rokkettaro di Aaron Paul, un po' nei commenti inopportuni ai familiari del defunto durante un funerale.
Il gioco riesce facile al neo regista, ma un ottimo contributo arriva anche da Samantha Morton, una delle due attrici inglesi (l'altra è Emily Watson) che si piegano completamente alle esigenze del personaggio da interpretare senza curarsi di apparire sexy e cool.

Ma un'attrice brava e un sapiente uso dell'ironia non fanno un film, e la prima cosa che non va in Annie Parker è lo sbilanciamento fra le due storie: Mary-Claire King viene spesso lasciata in disparte e le sue scene sembrano quasi tutte uguali, con le ricerche in fase di stallo ed Helen Hunt che padroneggia non più di paio di espressioni.
E poi, nonostante l'ottimo gusto per l'immagine di Bernstein, dimostrato per esempio dal suo ottimo lavoro con la fotografia di Monster, si nota nel film una crescente sciatteria registica. A mano a mano che gli anni '70 scolorano negli '80, si fa strada un look da vecchio sceneggiato televisivo. L'idea è sicuramente quella di replicare nelle scenografie e nei costumi il caos interiore dei personaggi, ma l'effetto è una somma di quadretti statici non sempre vivacizzati dai dialoghi, che fortunatamente sono ben scritti.

Non sappiamo se l'urgenza del tema da trattare abbia messo fretta al regista, ma è comunque segno di coraggio che un uomo abbia deciso di parlare e di provare a capire il disagio che accompagna una malattia che colpisce le donne. Di questo lo ringraziamo e ci teniamo a ricordare che una parte dell'incasso del film sarà devoluta al sostegno dei progetti dell’associazione Susan G. Komen Italia, che lotta contro i tumori del seno.

 

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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