Angèle et Tony - la recensione del film

28 aprile 2011
4 di 5

Angèle et Tony, film delle emozioni calme e trattenute, degli sguardi furtivi e dei timidi silenzi, costringe sia i personaggi che descrive che il pubblico a cui si rivolge a un'attesa forzata, al rispetto dei cosiddetti tempi dell'amore.

Angèle et Tony - la recensione del film

Angèle et Tony - la recensione del film


Anche se non è mai bene generalizzare, rimproveriamo spesso a quel cinema francese che fa il verso a Rohmer - ed esce quindi dagli schemi del fantastico, del politicamente impegnato o del polar - una eccessiva e artificiosa verbosità. Solitamente accompagna personaggi che si incontrano per caso, in un bistrot parigino o in una casa di campagna, e che discettano lungamente sul senso della vita, dischiudendo liberamente le secrete della propria anima. Il sorprendente Angèle e Tony non corre certamente questo rischio. Film delle emozioni calme e trattenute, degli sguardi furtivi e dei timidi silenzi, costringe sia i personaggi che descrive che il pubblico a cui si rivolge a un'attesa forzata, al rispetto dei cosiddetti tempi dell'amore. Un amore che non è solamente unione di due solitudini, di due anime fragili straziate da una perdita, ma anche fascinazione e attrazione reciproca fra chi desidera proteggere e chi ha bisogno di essere protetto, fra una ragazza selvaggia a metà tra Antoine Doinel e la Monà di Senza tetto né legge e un pescatore solido come una roccia e romantico come tanti eroici personaggi dei romanzi ottocenteschi. Al pudore dei loro sentimenti corrisponde il pudore della macchina da presa di Alix Delaporte, che molto spesso si ferma per mettersi al servizio della storia o per congelare un impercettibile mutamento di umore. Nonostante anni di esperienza come cameraman e autrice di reportage, la regista ha preferito insomma evitare visrtuosismi o scelte tecniche ardite in nome della semplicità formale, di un'essenzialità che però non diventa mai disattenzione o trascuratezza. Né documentario, né tantomeno melodramma, Angèle et Tony è una rappresentazione, autentica e istintiva, del grumo di contraddizioni di un uomo e una donna fotografati sempre con estrema attenzione, illuminati da una calda luce arancione quando finalmente si ritrovano o seguiti convulsamente quando corrono in moto o in bicicletta. Risultano veri, perché efficace è l'interpretazione degli attori scelti per impersonali: Gregory Gadebois e soprattutto Clotilde Hesme, presente in ogni singola inquadratura e bravissima a non sorridere mai fino quasi alla fine.
Di Angèle et Tony stupisce anche - ed è questo, invece, uno dei pregi del cinema francese - la capacità di mescolare la rappresentazione delle emozioni umane all'analisi di un contesto sociale, in questo caso un villaggio di pescatori della Normandia. Comunità ristretta in cui il valore fondante è la solidarietà, esiste per davvero, come ci ha raccontato Alix Delaporte, ma nella sua ingenuità e totale assenza di sovrastrutture potrebbe anche costituire una società ideale, utopistica, da mettere in confronto con i nostri paradisi urbani di individualismo. In tal senso, allora, Angèle et Tony diventa una favola, in cui la principessa maleducata trova un principe azzurro leggermente over-size e, grazie al suo goffo amore, da brutto anatroccolo diventa un cigno, quel cigno vestito di bianco che corre sulla spiaggia che per Alix Delaporte è stata l'immagine di partenza del suo bellissimo lungometraggio d'esordio.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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