Ana Arabia - la recensione del film di Amos Gitai

03 settembre 2013
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Il regista israeliano racconta una storia di convivenza

Ana Arabia - la recensione del film di Amos Gitai

Il cinema di Amos Gitai è un cinema cerebrale.
Da sempre questo architetto prestato al cinema ha messo in scena le ossessioni della sua terra, Israele, con un’attenzione formale molto geometrica, che si trattasse di documentari o dei suoi più avvincenti lavori di finzione, come Kippur o Yom Yom.
Nel suo nuovo film, Ana Arabia, ci sembra sia tornato ad amare i suoi personaggi dopo alcuni anni di divagazioni non sempre riuscite. L’ambientazione cittadina e il racconto della sua terra attraverso storie intime e personali gli hanno senz’altro giovato.

Nel film il luogo in cui è ambientato, una piccola comunità mista di arabi ed ebrei, ha un senso profondo: siamo a Giaffa, città di incontro e scontro di civiltà che da secoli è un porto di grande importanza per la regione, per di più in un quartiere con una forte minoranza araba a pochi passi dal cuore della capitale Tel Aviv.
Il film si sviluppa in un unico piano sequenza, che rimane funzionale alla storia raccontata, non eccedendo in un formalismo compiaciuto, cosa avvenuta in altri film del regista. I morbidi movimenti di steadicam accompagnano la bella protagonista, occhi chiari e capelli rossi, esempio molto contemporaneo dell’Israele giovane askenazita. Si tratta di una giornalista che si avventura nel piccolo quartiere alla ricerca della storia di una donna, ebrea sposata con un arabo. Inizialmente distratta dal giardino e dalla quiete del posto, si fa sempre più coinvolgere dalle storie di questi uomini.

Ana Arabia è un omaggio al racconto orale, un momento di pausa fra la frenesia di una vita orientata ossessivamente al presente che insegue il futuro. Una pausa, una tazza di tè, alla ricerca del dialogo fra culture ed esperienze, che non può cominciare se non dal riconoscimento del passato reciproco, spesso comune e segnato dagli stessi luoghi e gli stessi orizzonti, magari addirittura dalle stesse famiglie.

Ne emerge il ritratto di un paese in cui chi nasce viene al mondo con il fardello di un peccato originale che lo colloca già da una parte o dall’altra. Rievoca le solite domande: quanto conta il sangue e quanto, piuttosto, la condivisione di una vita intera? Può contare di più la religione che si professa rispetto a generazioni di vicinanza nella stessa terra? Una riflessione su tematiche decisive per comprendere una realtà unica come Israele che Gitai fa fluire con spontaneità dai volti segnati, ma liberi, di anziani un po’ annoiati e donne fiere del proprio ruolo.

Una parentesi, un racconto di sette frammenti di vita uniti da un piano sequenza, che si conclude al tramonto, con la camera che si alza e quel luogo povero, ma calmo, assume la sua giusta prospettiva, con i palazzi imponenti della capitale che si stagliano in lontananza. Quasi a concludere questa storia ricordandoci quanto ostinata sia la mancata comunicazione fra chi vive fianco a fianco.



Ana Arabia
Il trailer del film di Amos Gitai


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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