Amour - la recensione del film di Michael Haneke

20 maggio 2012
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Amour, la recensione del film di Michael Haneke presentato in concorso al Festival di Cannes 2012.

Amour - la recensione del film di Michael Haneke

Noto e celebrato per il suo cinema forte, spietato e raggelato, Michael Haneke con Amour sceglie di andare a toccare un tema delicatissimo come quello dell’eutanasia. Letto, per l’appunto, come gesto d’amore.

Lo fa raccontando con algida mollezza ed esasperante dilatazione l’odissea di una coppia anziana, complice e innamorata, che viene sconvolta dall’ictus che colpisce lei.

Partendo dal ritrovamente del cadavere della donna da parte dei vigili del fuoco che fanno irruzione nell’appartamento dove giace, per oltre due ore Haneke racconta la quotidianità dei suoi protagonisti all’interno della casa borghese parigina dalla quale non esce mai. Racconta l’insorgere della malattia, il suo progressivo peggioramento, la cura amorevole di un uomo che non esita a far di tutto per la sua compagna, a diventare infermiere, a prestare attenzioni, fino a diventare (inevitabilmente) “angelo della morte”.

Con l’alibi di voler accompagnare lo spettatore lungo il faticoso percorso che conduce il protagonista Jean-Louis Trintignant ad una decisione tanto estrema e disperata, Michael Haneke indugia con il consueto cinismo sulle pene e sulle fatiche della vecchiaia e della malattia, avvicinandosi ad una versione intellettuale e alto-borghese del cinema del dolore.
Soprende un po’ che un autore tagliente e lucido (anche di fronte a film qualitativamente non riusciti) si appoggi con tanta malizia al tema e l’estetica della malattia, conscio di come sul grande schermo questo artificio garantisca di default una schiera di ammiratori.

Non c’è nulla di nuovo, nulla di inedito, nessuna riflessione sconvolgente o insolita su un tema che il cinema ha comunque spesso, direttamente o indirettamente, esplorato. E nonostante alcune scene di quotidiana delicatezza tra marito e moglie, l’Haneke (relativamente) dolce di Amour risulta meno convincente di altri suoi film che magari non abbiamo amato ma ai quali, perlomeno, si potevano riconoscere motivi di interesse o riflessione.

Inutile, in questo contesto, la presenza di Isabelle Huppert nei panni della figlia di Trintignant, impegnata in un paio di scene di contorno cui si poteva anche fare a meno.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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