Alla ricerca di Jane - la recensione del film

14 novembre 2013
3 di 5

Esattamente come la storia che racconta, sotto la patina superficiale dolciastra e zuccherosa di una rom-com come tante, Alla ricerca di Jane nasconde un cuore dissacrante e perfino pacatamente rivoluzionario.

Alla ricerca di Jane - la recensione del film

Finora Jerusha Hess è stata identificata come la moglie e la co-sceneggiarice di Jared, il regista di film come Napoleon Dynamite, Super Nacho e Gentlemen Brocos.
Ma dopo Alla ricerca di Jane le cose non staranno più così.
Perché il film tutto al femminile con cui Jerusha esordisce nella regia è capace di dimostrare quanto il suo tocco fosse importante anche in quelli del marito, anche se rispetto a loro appare meno estremo: ma solo perché basato su un romanzo, quello di Shannon Hale, che ha tutte le caratteristiche e le carinerie di un’opera per “giovani adulti”; come va di moda dire oggi.

Esattamente come la storia che racconta, sotto la patina superficiale dolciastra e zuccherosa di una rom-com come tante, Alla ricerca di Jane nasconde un cuore dissacrante e perfino pacatamente rivoluzionario.
Sparando ovattate bordate a colpi di kitsch e di umorismo grossolano, appiattendo su un unico, monodimensionale piano i livelli intersecanti realtà e finzione, la Hess finisce nemmeno tanto sorprendentemente col resuscitare quel che il suo film sembra voler seppellire: non solo l’austenismo ma tutto un di lì derivante universo romantico oramai ridotto a parco di divertimenti per x-enni deluse dalla vita, dagli uomini e forse perfino da sé stesse.

La Jane del film, sorta di Bridget Jones meno irritante e più statunitensemente pragmatica, finirà con lo spogliare la sua vita di tutti gli orpelli ideologici che l’hanno zavorrata (dalle porcellane alle crinoline, dalle bambole alle sagome di cartone di Colin Firth), e solo allora troverà davvero il Mr. Darcy che aveva sempre sognato. Per arrivarci - e non gridate allo spoiler, per favore, che non è il caso - dovrà compiere un cammino attraverso il quale, in seguito all’immersione in un sogno che si dimostra fasullo e generatore di confusione e che è destinato ad abbracciare definitivamente la sua natura: perché oggi, Jane Austen e le Barbie (o le Bratz) sono la stessa cosa. O meglio: lo sono quando la prima viene plastificata e reificata al pari delle seconde.

I personaggi di una brava Keri Russell e di una debordante (in tutti i sensi) Jennifer Coolidge, non sono quindi così diversi, inizialmente. Entrambe partono per il mondo irreale di Austenland, ma la seconda ha già in sé, naturalmente, la consapevolezza di quello che le aspetta e dell’esito della loro avventura.
Un esito che, come detto, mira a far risorgere l’austenismo dalle proprie ceneri, a rebootarlo, a privarlo di inutili zavorre. Un esito piuttosto prevedibile, quanto imprevedibili sono i toni di un racconto che abbonda in estetismi pastello anni Ottanta ibridati con lo stile Regency, una regia i toni della soap opera a quelli del melò in costume, un umorismo acido e scorretto con un romanticismo sincero e asciutto, tra attori che paiono usciti dalla pubblicità dell’Old Spice a vecchie megere e anziani sporcaccioni, ombrosi misantropi dal cuore d’oro interpretati dalla versione discount di Tom Hiddleston e invidiose damine dal look alla Candy Candy.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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