Alì ha gli occhi azzurri - la recensione del film di Claudio Giovannesi

10 novembre 2012
4 di 5

Un film intenso e avvincente, che riesce nel catturare la forza ruvida e brutale della verità e della vita senza mai dimenticare le esigenze del cinema e perfino quelle della finzione.

Alì ha gli occhi azzurri - la recensione del film di Claudio Giovannesi

Tre anni fa Claudio Giovannesi aveva realizzato un documentario, Fratelli d’Italia, nel quale raccontava tre storie. Tre storie di tre adolescenti, frequentanti lo stesso liceo di Ostia: un giovane immigrato rumeno, una ragazza bielorussa adottata da una famiglia italiana, e un ragazzo nato in Italia figlio di immigrati egiziani.
Delle tre storie era proprio quest’ultima, quella di Nader, a risultare la più forte e complessa. E non stupisce, allora, che Giovannesi l’abbia scelta, ampliata e drammatizzata per realizzare un film di finzione che guarda - il titolo parla chiarissimo - ad un realismo pasoliniano di diretta derivazione documentaria.

Alì ha gli occhi azzurri riesce laddove in tanti hanno provato, da decenni a questa parte, e quasi tutti hanno fallito. Riesce nel catturare la forza ruvida e brutale della verità e della vita senza mai dimenticare le esigenze del cinema e perfino quelle della finzione. Anzi, più il cinema è presente, più sembra farsi invisibile per lasciare che la realtà dello schermo dialoghi fitta e intensa con quella dello spettatore.
Lo fa raccontando sette giorni della vita di Nader. Sette giorni inquieti e turbolenti, nei quali bravate e ribellioni, fughe e conti da regolare, amori e tensioni non fanno altro che rendere più ampio e complesso il confronto del ragazzo con sé stesso, i suoi ideali, i suoi sogni, le sue radici e le sue contraddizioni. Con i problemi di un’età adulta e di una maturità che incombono pacificanti e minacciose al tempo stesso.

Proprio come Pasolini, Giovannesi sceglie di lavorare con attori non professionisti (Nader è il vero Nader, così come i suoi amici e la sua famiglia) ed è in grado di sostenerli ermeneuticamente fino a cavargli fuori interpretazioni sentite e rabbiose, tanto intense da risultate quasi palpabili.
Al contrario, dal punto di vista tecnico si affida a professionisti in grado di seguirlo senza esitazioni lungo un cammino difficile, alla ricerca di un equilibrio tra Cinema e Vita sulla base del quale si regge senza altri punti d’appiglio tutto il film. Dal suo co-sceneggiatore Filippo Gravino al direttore della fotografia Daniele Ciprì, al montatore Giuseppe Trepiccione.

Alì ha gli occhi azzurri, sulle questioni legate all’immigrazione, al conflitto o al sincretismo culturale, all’adolescenza e al neoproletatiato, ha uno sguardo che è lontano mille e più miglia rispetto a quello carico di preconcetti, luoghi comuni, paternalismi e verità precotte comode alle coscienze, ai sensazionalismi o alle polemiche che caratterizza la maggior parte dei dibattiti giornalistici e televisivi.
Uno sguardo ad altezza uomo, dialettico, capace di osservare senza giudicare, di sfidare e provocare, di cogliere con la stessa partecipata oggettività la rabbia più dolorosa o la tenerezza più dura.
Uno sguardo che sembra fissare negli occhi, azzurri o meno, il suo spettatore e metterlo alle corde con la patata bollente che gli consegna. Uno sguardo che, con i tempi che corrono, è tanto più scomodo quanto necessario.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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