Acciaio - la recensione del film di Stefano Mordini

31 ottobre 2012
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Diretto da Stefano Mordini e tratto dal best seller di Silvia Avallone, Acciaio racconta l’adolescenza di due amiche inseparabili, cresciute in luogo pieno di contrasti, la Piombino industriale di una delle più importanti acciaierie italiane.

Acciaio - la recensione del film di Stefano Mordini

A passare davanti alla Lucchini di Piombino si resta folgorati. Notte o giorno che sia questa “macchina” potente e inesorabile, che sforna senza sosta tutto il ferro utile per chilometri di rotaie, stupisce e imbarazza, mentre tiene insieme una campagna da cartolina e un mare rassicurante e quasi lenitivo.
Si comprende quindi come una terra di contrasti come questa, in cui tutta la vita si aggrappa all’attività di un’acciaieria e al turismo in costante crescita, possa suscitare estrema fascinazione su chi, di passaggio, osserva e tocca con mano la forza di questi luoghi.
E’ successo alla giovane autrice di "Acciaio", Silvia Avallone (premio Campiello 2010 come miglior opera prima), che negli anni del liceo ha vissuto a Piombino, e che nel suo romanzo (non del tutto convincente) è in un qualche modo riuscita a restituire quella ruvidezza esistenziale propria dell’umanità che racconta. Sono i figli adolescenti degli operai della Lucchini, le nuove generazioni rassegnate alla vita da turno in fabbrica e poi i genitori, dalle volontà stremate, che portano i segni di una vita sfiancante i protagonisti di un ardito tentativo, sempre in bilico tra l’affresco sociale e l’iper realismo televisivo, di cui il romanzo sembra tradire alcune influenze estetiche. Un testo che, a leggerlo, proiettava già il film in potenza che sapeva di essere, che però non è riuscito a rimanere.

Alla versione cinematografica diretta da Stefano Mordini non resta attaccato neanche un grammo di polvere e sudore, di caparbietà e grinta, che invece sono la sostanza vera di vite vere, che raramente oggi trovano spazio nel cinema come in televisione.
Acciaio quindi sembra un’occasione mancata, una risciacquatura che lava via gran parte del carattere che si richiedeva ad un film del genere, per cui non bastava scegliere attori locali e affidarsi alla potenza delle immagini della fabbrica.
Restano Anna e Francesca , le quattordicenni protagoniste su cui si concentra tutta l’attenzione. Unite da un forte senso di appartenenza fisica, dall’urgenza di crescere, pur non sapendo come farlo e dal vuoto-pieno in cui si vive a quell’età (ben rappresentato nell’unica scena degna di nota del film, quella alla pista di pattinaggio, in cui le ragazze sfrecciano a testa alta, in uno scambio di traiettorie che sanno di futuro).
Intorno a loro un paesaggio, come dicevamo, bello e respingente: il fuoco degli altiforni sempre presente, il mare vicino, con il quale però non si può andare lontano. E ancora, lo sguardo profondo e carico di Michele Riondino (che interpreta Alessio, il fratello maggiore di Anna).

Ma tutti questi elementi sono lasciati soli, a comunicare soltanto con la loro evidenza (a volte ci riescono, altre volte meno), perché il discorso filmico è inesistente, lo sguardo distratto, e pause e silenzi (tanti) non parlano come dovrebbero, né ai personaggi né a noi.
E’ per un curioso paradosso quindi, che sia proprio il bianco e nero delle immagini di repertorio della fabbrica piombinese, nei primi anni del secolo scorso, usate a chiosa del film, non a chiudere il cerchio, ma aprirlo, ricordandoci che è di questi giorni l’urgenza della crisi industriale e ambientale, non soltanto di quest’ area, ma di buona parte dell’Italia.



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