A voce alta: recensione del documentario che ha conquistato la Francia e il pubblico del Torino Film Festival

18 settembre 2018
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Un concorso di arte retorica diventa il ritratto di una periferia parigina troppo spesso etichettata con superficialità.

A voce alta: recensione del documentario che ha conquistato la Francia e il pubblico del Torino Film Festival

La parola identifica socialmente chi l’utilizza. La parola viene utilizzata in maniera molto diversa, che venga pronunciata in un bel quartiere borghese o nelle periferie disagiate. In ogni caso, la parola e la lingua francese in generale sono sempre state per i nostri cugini transalpini uno strumento cruciale per l’affermazione di quelle libertà per cui hanno fatto una rivoluzione. Altre volte abbiamo sottolineato come la reazione da parte del cinema francese agli attentati che negli ultimi anni hanno colpito il paese sia passata attraverso la rivendicazione dell’eloquio, della capacità retorica e dell’uso della parola come arma di convincimento. La cultura come risposta ideale per una società civile ferita, ma ostinata a non cedere alla brutalità di chi l’attaccava.

Anche nelle banlieu intorno a Parigi, quelle periferie urbane citate spesso a sproposito, incubatrici di malessere ma anche di voglia di rivalsa da parte di molti francesi di immigrazione recente o meno, di prima o di successive generazioni. Difficile immaginare un altro Paese in cui la mattina in radio sia segnata da una seguita rubrica del filosofo di turno, o in cui abbondino i concorsi di cittadinanza o di eloquenza, come ha raccontato con enorme e sorprendente successo in sala il documentario di Stéphane De Freitas, A voce alta, vincitore del premio del pubblico allo scorso Torino Film Festival. È l’occasione per un diverso punto di vista su Saint Denis, il proverbiale 93, dipartimento spesso sulle cronache per la criminalità e la difficile convivenza fra etnie diverse.

Ogni anno, infatti, l’università della grossa cittadina appena fuori Parigi organizza Eloquentia, concorso dedicato all’arte retorica e al miglior oratore della zona. Ragazzi di ogni corso di studio si preparano con l’aiuto di professionisti della parola in pubblico, da avvocati a registi, da attori a rapper/poeti. De Freitas segue alcuni di loro nel corso delle settimane di allenamento, prima spaesati e scettici, poi sempre più coinvolti e motivati, fino alle finali. Sempre di più si rendono conto che una vittoria potrebbe cambiare loro la vita, non solo accademica, come il successo nello sport professionistico per i neri americani dei ghetti. 

Inizia proprio con un ragazzo che sottolinea come parlare semplice, brutale, sia nei quartieri difficili un obbligo per imporsi come figura carismatica, per non venire deriso. A voce alta, in 90’, ribalta questo assunto con la forza di una narrazione fluida e spontanea, spesso divertente o toccante, che fa emergere alcune ragazze e ragazzi in grado di imporsi. Si chiamano Leila, Elhadj, Eddy, hanno colori, razze, provenienze molto diverse, ma tutti hanno in comune l’energia di chi vuole farsi strada, vuole imporre con l’arte sottile della retorica la propria voce attraverso il convincimento dell’altro, sia un vicino di banco o una giuria; e magari più tardi un vicino di casa che si è fatto crescere la barba.

Ne emerge un ritratto non superficiale della gioventù di un angolo di mondo spesso etichettato frettolosamente, di chi si impegna in prima persona, stufo delle lamentele a distanza, pronto a rimboccarsi le maniche per cambiare le cose, partendo anche da una sillaba al posto giusto.

A voce alta - La forza della parola
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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