La Tête haute - la recensione del film d'apertura di Cannes 2015

13 maggio 2015
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La drammatica storia di crescita di un ragazzo problematico e violento.

La Tête haute - la recensione del film d'apertura di Cannes 2015

Dodici anni di vita di un bambino di 6 anni che diventa maggiorenne, a 18, completamente cambiato dal percorso di crescita in una famiglia senza padre. Può sembrare lo spunto di uno dei film che ha segnato lo scorso anno, Boyhood, ma ne La Tête haute, diretto da Emmanuele Bercot, le cose vanno in maniera decisamente diversa. A scandire gli anni sono i costanti ritorni del protagonista e della scapestrata madre di fronte a un’austera giudice minorile interpretata da Catherine Deneuve. Un’icona del glamour del cinema francese ormai sempre più a suo agio nei panni della nonna piena d’umanità.

Nel film precedente della Bercot, Elle s’en va, la Deneuve interpretava una donna in fuga col nipotino e sommersa dai ricordi; qui si ritaglia il ruolo di giudicante, ma anche malcelata tifosa, del ribelle Malony. Deliquente predestinato, sballonzolato fra una madre irresponsabile e un vita scandita da udienze, centri di accoglienza e tutor, è un ragazzo che cresce dando per scontato di non valere l’affetto di nessuno. Le sue esplosioni di violenza sono aculei spontanei per corazzare il suo corpo, rinchiuderlo nel cappuccio di una felpa e nel mutismo. L’unica gioia viene dalle macchine rubate in continuazione, altro spazio in cui cercare protezione dall’esterno.

La Tête haute è la storia di un altro dei tanti ragazzi selvaggi raccontati dal cinema francese. Un film ostico tanto quanto il suo protagonista, lascia poco spazio all’empatia, accumula situazioni drammatiche una sull’altra, senza prendersi il tempo di far respirare noi spettatori e il suo protagonista. La Bercot sembra in preda a un raptus nel voler raccontare tutto, finendo per saturare di intensità una storia senza via d’uscita, conclusa poi con sbrigativa meccanicità.
Anche i tentativi di allentare la tensione con qualche momento ironico sanno di forzature da tardiva consapevolezza in sala di montaggio.

Nonostante questi difetti, il film della Bercot si fa apprezzare quando racconta cosa accade intorno a un bambino cresciuto nell’invadenza di uno stato paternalista. Una lotta quotidiana all’interno dei meccanismi di uno stato sociale invadente e impersonale, ma composto anche da persone profondamente coinvolte nel loro lavoro, alle prese con decisioni contro natura come quella di imporre a una madre come educare il proprio figlio o, ancora peggio, di non riconoscerla adatta a farlo.

Un cammino duro e impegnativo, che porta Malony a trovare la forza per allungare una mano verso chi ha creduto in lui, a dire per la prima volta ‘ti voglio bene’, a uscire dalle aule di giustizia, con la testa alta. La paura vinta nel momento in cui troverà qualcun altro a cui pensare, uno scopo, un esempio da non dare.




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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