A Single Man, la recensione del film di Tom Ford

14 gennaio 2010

Il celebratissimo stilista Tom Ford, già studente di cinema e appassionato cinefilo, esordisce nella regia con un film che racconta con algida passione il dolore di un uomo che ha perso il compagno e che non riesce a trovare più senso nella vita. Elegantissimo, anche troppo, ma anche insospettabilmente sensibile.

A Single Man, la recensione del film di Tom Ford

A Single Man - la recensione

Sono mesi che il suo compagno Jim - con il quale aveva diviso sedici anni di vita - è morto in un incidente stradale; ma George Falconer, inglese che insegna in un’università di Los Angeles, non ha ancora superato il trauma. Non riesce più a vivere, a proiettarsi verso il futuro, e medita il suicidio. A Single Man, esordio nella regia del celebre stilista Tom Ford, lo segue dal risveglio – meglio, dal sogno che lo sveglia di soprassalto – per una giornata intera al termine della quale appare chiara l’intenzione di spararsi un colpo. Ma nel corso di ore nelle quali cerca di lasciare tutto in ordine in vista della sua morte imminente, George sembra anche imparare di nuovo a godere delle piccole cose che danno senso all’esistenza, a vedere – letteralmente - il mondo con i colori di una volta; grazie soprattutto al rapporto con l’amica Charlie (da sempre innamorata di lui nonostante la sua omosessualità) e con un giovane, affascinante studente che vede in lui più di un mentore.

Partendo da un romanzo di Christopher Isherwood che lo ha colpito in modo diverso in due distinti momenti della vita, Ford racconta una storia che mette al centro di tutto l’indissolubilità e la reciprocità dei concetti di Vita e Amore (omosessuale, certo, ma senza che questo diventi carattere esclusivo), delle sofferenze e delle (im)possibili reazioni ad esse, aggrappandosi ad un protagonista dolente e silenzioso interpretato da un ottimo Colin Firth. E lo fa con uno stile ovviamente elegantissimo che, se non riesce sempre ad evitare la trappola mortale dell’immagine eccessivamente ricercata e patinata da rivista di moda e che trova nell’artificio del cambio di fotografia e di saturazione del colore un meccanismo un po’ banale ed insistito, si fa forte di un contegno e di un taglio tanto algido e ricercato in superficie quanto capace di toccare corde emotive e profonde proprio grazie all’essenzialità del gesto e del racconto, come nella migliore sartoria.

A Single Man è ambientato nel 1962, e Ford ha evidentemente fatto riferimento (magari inizialmente inconscio) alla serie tv Mad Men: non solo e non tanto a livello iconografico (le scenografie sono opera proprio di quel Dan Bishop che ha lavorato alle tre stagioni della serie) , quanto nella descrizione sottile di un mondo che stava rapidamente mutando e che stimolava chi vi abitava ad interrogarsi sulla propria identità e sul proprio ruolo, sul proprio futuro. Per questo la crisi tutta emotiva e sentimentale di George, raccontata con gran pudore ma con altrettanto grande efficacia, diviene quasi metafora di una condizione generale di una società che, pur oppressa da paure e ansie, sentiva la necessità di cambiare pelle per affrontare il futuro e per (tentare di) evitare di morire.

Ma, fuori di metafora, il destino che la vita riserva a George non è tanto beffardo quanto inevitabile conseguenza della supremazia dell’amore su tutte le cose: lo è nella sua felicità raccontataci attraverso frammenti di flashback, nel dolore profondo e sordo che vive costantemente, nella capacità di ritrovare senso e stimoli, in un epilogo carico di emozioni e significati.

A Single Man
Il trailer del film con Colin Firth e Julianne Moore


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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