A Serious Man, la recensione dei film dei fratelli Coen

03 dicembre 2009
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Con A Serious Man, i fratelli Coen riportano il loro cinema a vette qualitative ed insieme di “coenismo” che non raggiungevano forse da anni. Un film che (non) nasconde la sua serena cupezza dietro una forma mai così geometrica e un’ironia tagliente come un rasoio e dolorosa allo stesso modo.

A Serious Man, la recensione dei film dei fratelli Coen

A Serious Man - la recensione

Larry Gopnik è un uomo serio. Un uomo posato, timorato di Dio, meticoloso. Fa con la giusta passione il professore di fisica in una piccola università del Midwest, ospita in casa il fratello che ha problemi di equilibrio emotivo, è membro attivo nella comunità ebraica locale. Ma improvvisamente, la sua vita serena e inquadrata sembra collassare progressivamente e inesorabilmente: la moglie gli annuncia di volere il divorzio per via della relazione con un amico, uno studente tenta di corromperlo e lo minaccia indirettamente per passare un esame, la conferma della sua cattedra appare a rischio, il fratello dà segni di instabilità mentale sempre più evidente, il vicino di casa allarga costantemente lo spazio del giardino a discapito del suo.

I Coen sanno benissimo da dove vengono e sanno benissimo dove stanno andando (cinematograficamente e non). A Serious Man è senza dubbio uno dei loro film più personali e maturi, un film che parte richiamando alla memoria Il grande Lebowski, s’immerge in Fargo e si declina come una bella (e cupa) copia di quel film recente e riuscito solo in parte che era Burn After Reading.

Del caos dell’esistente e dell’esistenza, parlano ora e sempre i Coen: e forse per la prima volta denunciano senza esitazione che, di fronte a questo vero e proprio tornado (reale) che tutto assorbe, tutto comprende e tutto distrugge, l’unica possibilità di scelta non è quella di un tentativo sempre più vano e irraggiungibile di porre ordine, ma quella di una resa struggente e rassegnata.

La geometria perfetta ed affascinante di A Serious Man è ovvio quanto perfetto contraltare delle passioni che vi si agitano al centro. La fisica e la matematica del film dei Coen sono quelle dei versanti più estremi, creativi e musicali delle scienze esatte: sono quelle della teoria delle stringhe e della fisica quantistica, ma sono anche quelle del paradosso di Schrödinger esplicitamente citato. Perché nella scatola misteriosa dell’esistenza, è impossibile riuscire a prevedere le conseguenze delle influenze e delle interazioni delle milioni di particelle elementari che compongono la quotidianità della vita, non importa quanti sforzi si compiano.

Tanto che persino i rabbini più anziani, nella loro cultura e nella loro saggezza – e persino in un film impregnato a tal punto di cultura yiddish da far perdere necessariamente numerose e sicuramente importanti sfumature a coloro i quali non la conoscono dall’interno – sono coscienti che le risposte uniche possibili nella vita sono quelle cariche di nonsense e aggrappate all'amore cantate da quei Jefferson Airplane che guardavano alla lucida follia di Lewis Carroll come fonte d’ispirazione, in anni un cui si cercava di rispondere al caos con un’altra forma di caos. E quindi non rimane altro che tentare, in maniera ingenuamente probabilistica, guardando fisso quel tornado che ci avvicina, che è sempre fuori ma soprattutto dentro di noi.

E sentirlo tutto dentro, alzandosi dalla poltrona del cinema.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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