At Any Price - la recensione del film di Ramin Bahrani

31 agosto 2012
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Da un regista non americano d'origine, un film che racconta il cuore pulsante, ambiguo e contraddittorio degli Stati Uniti




Sembra un film d’altri tempi, At Any Price.
Per il respiro epico della saga familiare, per l’ariosità maestosa delle grandi pianure, per il racconto di una realtà fieramente conservatrice nel pensiero, nel lavoro e nella religione, per il malinconico racconto della provincia claustrofobica nella sua vastità.
Eppure, quello di Ramin Bahrani, americano di origini iraniane, è un film che vive di una costante tensione verso il futuro: il futuro di un ragazzo, di una famiglia, di un’azienda, delle tecniche agricole, di una comunità.
Ed è proprio questo contrasto a dare al film una propulsività che fa un po’ a pugni con un’impianto narrativo che, in tutta onestà, non risulta particolarmente trascinante o avvincente, complici alcuni problemi interpretativi.

At Any Price di contrasti si nutre e su contrasti si costruisce. Su quelli interni alla sua storia – contrasti familiari, lavorativi, di tradizione – e su quelli ad essa esterni.
Perché se alla tensione tra passato e futuro aggiungiamo una punteggiatura che snocciola l’un dopo l’altro, con inquietante precisione, i luoghi comuni dell’americanità cinematografica e sociale più spinta, ci si accorge che Bahrani parla di una nazione e di un popolo, più che di personaggi. Parla del cuore pulsante, ambiguo e contraddittorio degli Stati Uniti d’America, della sua anima, delle sue fondamenta.
Fondamenta fatte, appunto, dalla mescolanza tra pulsioni opposte e conflittuali, in grado di trovare sintesi catastrofiche e sanguinolente per rinascere dalle proprie ceneri, per riciclarsi e rinascere come i semi di mais lavati (e, ancor di più, modificati geneticamente) che sono al centro di una delle tante discordie del film. Che si compondono e si accordano, progressivamente e con fatica, fino a comporre un complesso sinfonico che echeggia Star Spangled Banner, indossa blue jeans e t-shirt e odora di barbecue all’aperto, ma con la coscienza sporca.

Perché, oggi più che mai, gli Stati Uniti d’America sono ancora e sempre di più quello. E
Bahrani lo sa bene.
Come sembra sa benissimo (non può non saperlo) che l’Iowa contadino che ha scelto come cornice della sua storia è lo stato dove storicamente, con i primi caucus, si apre la campagna per le elezioni presidenziali; è lo stato natale di John Wayne. Lo stato che gli stessi americani chiamano "American Heartland".
Il cuore dell'America, appunto.


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Clip del film di Ramin Bahrani


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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