A Dangerous Method - la recensione del film di David Cronenberg

02 settembre 2011
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Dopo essere stato uno dei principali esponenti del body horror, Cronenberg ha progressivamente esplicitato in maniera chiara che, fin dai suoi esordi, il discorso sulla malattia, sulla deviazione patologica e sulla degenerazione fatto sulle carni era anche metaforico e parallelo a quello fatto sulla psiche.

A Dangerous Method - la recensione del film di David Cronenberg

A Dangerous Method - la recensione del film di David Cronenberg


Dopo essere stato uno dei principali esponenti del body horror, David Cronenberg ha progressivamente esplicitato in maniera molto chiara che, fin dai suoi esordi, il discorso sulla malattia, sulla deviazione patologica e sulla degenerazione fatto sulle carni era anche chiaramente metaforico e parallelo a quello fatto sulla psiche.
Che dopo Spider, allora, il regista canadese tocchi ancora direttamente ed esplicitamente il nervo della malattia mentale, non sorprende.
Nel ripercorrere infatti il pericoloso triangolo intellettuale (e fisico tra due vertici) tra Carl Gustav Jung, Sabrina Spielrein e Sigmund Freud, Cronenberg non appare tanto affascinato tra la disputa clinico-teorica tra il padre della psicanalisi e il suo più celebre allievo quanto i sommovimenti e gli smottamenti mentali di Jung successivi all'incontro con una paziente che diverrà poi per lui amante prima e collega poi.

Se in una prima fase A Dangerous Method sembra voler ridursi a bignami di storia e pratica della psicoanalisi, è quando si manifesta il cortocircuito che destabilizza lo svizzero e interessa davvero a Cronenberg che le cose si fanno più complesse: cortocircuito causato dalla dissonanza tra le sue convinzioni cliniche e professionali e la pratica cui non riesce a sottrarsi, quella che lo vede cedere agli istinti, sessuali e non.
Cronenberg utilizza la crisi di Jung (ma anche quella, parallela, di Freud) come metafore del crollo delle certezze di tutto un paradigma culturale occidentale, applicabile nei primi decenni del Ventesimo secolo così come (e, forse, per il regista, soprattutto) ai giorni nostri.
La crisi, appunto, di un'idea monolitica e incontaminata della natura umana e sociale, tutta maschile, maschilista e patriarcale, figlia del bisogno di razionalità e controllo, scatenata da un personaggio (non a caso femminile) che, esplicitamente, ha costruito la sua stabilità sull’accettazione della sua precarietà, della sua follia, della sua malattia. In A Dangerous Method, Sabrina Spielrein lo afferma esplicitamente: è perché era stata una paziente, che è riuscita a divenire un’analista stimata e umanamente più pacificata dei suoi due eminenti colleghi.

La forza di questo interessante ragionamento cronenberghiano, reso ancora più esplicito dai sogni premonitori dell'avvento del nazismo raccontati da Jung alla Spielrein nel finale, non è però quella che si poteva aspettare, schiacciata non tanto da un classicismo formale più che giustificato dal setting ma piuttosto anonimo, quanto da una costante e ondivaga capacità di focalizzare davvero insolita per il regista canadese.
A Dangerous Method si barcamena così tra altri e assai meno interessanti aspetti tematici e narrativi, scivolando a tratti in una trascurata medietà da melò che non ti aspetti, e lasciando dell’amaro in bocca legato all’impressione di un'opera incompiuta.

Se Michael Fassbender conferma il suo talento fra qualche difficoltà, e si tollera un certo compiacimento di Viggo Mortensen perché utile alla parte, resta clamoroso il miscasting di Keira Knightley, totalmente inadeguata e controproducente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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