A Christmas Carol, la recensione del nuovo film di Robert Zemeckis

30 novembre 2009
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Proseguendo con ostinazione e orgoglio sul sentiero della performance capture, Robert Zemeckis realizza l’ennesimo adattamento cinematografico dell’immortale “Canto di Natale” di Charles Dickens, cercando di associare al cuore della storia le potenzialità spettacolari che la tecnica utilizzata garantisce.

A Christmas Carol, la recensione del nuovo film di Robert Zemeckis

A Christmas Carol - la recensione

Raccontare per l’ennesima volta una storia che da tempo è considerata a pieno titolo un grande classico, e che fin dai primi del Novecento è stata protagonista di riduzioni cinematografiche, richiede (o richiederebbe) uno sforzo di reinterpretazione che riguardi il contenuto o la forma del racconto. Parlando del “Canto di Natale” di Charles Dickens, potremmo citare come esempi due delle versioni recenti che amiamo di più: da un lato S.O.S. Fantasmi, che porta la storia di Scrooge nei nostri giorni, la aggiorna e gioca con l’ironia di Bill Murray, dall’altro Festa in Casa Muppet, che lavora invece su un versante quasi esclusivamente di rappresentazione riuscendo comunque a coinvolgere appieno rispettando e amplificando i contenuti.

Da questo punto di vista, la scelta effettuata da Robert Zemeckis con il suo A Christmas Carol è chiarissima, fin dalla scelta (scontata, per il regista americano) della tecnica da adottare per il racconto, l’amatissima perfomance capture, “applicata” sulle interpretazioni di attori come Jim Carrey, Gary Oldman e Colin Firth: che però sono parzialmente neutralizzate dalla coperura digitale da un lato e dal doppiaggio (in Italia) dall’altro. Sul versante della scrittura, Zemeckis si appoggia completamente al testo originale, senza mostrare particolari interesse o volontà per un’implementazione personale: tutti gli sforzi del regista sono evidentemente volti ad una declinazione della storia che, grazie all’uso della tecnologia digitale, possa essere spettacolarmente e vertiginosamente coinvolgente anche, se non soprattutto, dal punto di vista immaginativo e visivo.

Ed ecco che se nella fase iniziale A Chistmas Carol pare spingere un po’ sul pedale su un gotico di chiara matrice disneyana, diventa presto evidente che l’interesse di Zemeckis è tutto nello sfruttare 3-D e computer graphic in maniera tale da dilatare gli assi cartesiani della visione, soprattutto per quanto riguarda la verticalità della messa in scena: come testimoniano il viaggio “spaziale” di Scrooge che conclude la visita del fantasma del Natale passato, tutto il segmento riguardante quello del Natale presente, o l’inseguimento multidimensionale nella parte con protagonista lo spirito del Natale a venire.

Non che questo tipo di scelte siano troppo fuori contesto, si tratta di legittime interpretazioni, ma l’impressione è che A Christmas Carol - che pure rispetta e a suo modo onora l’opera di Dickens - sia un film nel quale la forma sopravanzi prepotentemente la sostanza: raffreddati dall’abito di pixel che indossano, le passioni, le sofferenze e i mutamenti di Scrooge e degli altri personaggi si fanno strada a fatica attraverso i vortici e le centrifughe tecnologiche e rappresentative care a Zemeckis. E le tensioni dello sguardo (sia per chi ama performance capture e 3-D, e ancor di più per quanti rimangono scettici come chi scrive) tendono ad annullare progressivamente quelle del cuore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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