99 Homes - la recensione del film con Andrew Garfield e Michael Shannon

29 agosto 2014
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Crisi finanziaria e capitalismo selvaggio raccontati per via immobiliare dal regista Ramin Bahrani.

99 Homes  - la recensione del film con Andrew Garfield e Michael Shannon

Era il 1997 quando Taylor Hackford, con L'avvocato del diavolo, raccontava il potere perversamente seduttivo del Capitale, la sua natura fagocitante, il suo infernale vuoto morale. Sono passati quasi vent'anni, c'è stata la Crisi e tutto quello che è seguito e che stiamo ancora scontando. E allora Ramin Bahrani pensa bene di abbassare il tasso d'interesse hollywoodiano, di accentuare il dramma sociale e di raccontare il passo successivo: la crescita esponenziale e cancerosa di un Sistema diabolico, che non solo ti seduce ma lo fa dopo averti annientato, facendoti amare quel che ti ha ferito, lasciando che i cani affamati si sbranino fra loro.

Non c'è Al Pacino ma c'è Michael Shannon; e non c'è Keanu Reeves ma c'è Andrew Garfield. Non siamo nel mondo dei grandi studi legali newyorchesi ma in quello di una Florida economicamente e immobiliarmente post-apocalittica: un mondo dove la speculazione colpisce lì dove i mutui non son coperti, gli sfratti incombono, la casa è un bene volatile. E Shannon è lo squalo che prima s'impadronisce della casa di Garfield, poi lo prende sotto la sua ala per farlo crescere a sua immagine e somiglianza nel nome di quell'homo homini lupus che per lui è alla base della società statunitense.

Bahrani ha per le mani un materiale di scottante e drammatica attualità, lo usa ma non ne abusa, denuncia ma non sbandiera né eccede nella retorica che comunque, in questi casi, è quasi inevitabile. Attento alla meticolosa descrizione dei processi speculativi - che, come avvenne con i film sulla Borsa di qualche anno fa, rischiano di causare qualche emicrania - si aggrappa alle interpretazioni dei suoi due protagonisti per tratteggiare personaggi che sì stan per qualcosa che li trascende, ma non sono mai manichei né monodimensionali. Perché in fondo, in 99 Homes, vittima e carnefice, sedotto e seduttore, sono due facce della stessa medaglia: sono la stessa persona, lo stesso individuo terrorizzato dalla fame e dal fallimento che giustifica la sua amoralità con l'ansia di sopravvivenza, con la paura del fallimento, con la necessità di tutela. Il personaggio di Shannon, forse, allora, non è un diavolo vero, ma solo un povero diavolo che si era illuso di poter diventare tale, e che ci è andato molto vicino.

E forse anche Bahrani si è illuso. Si è illuso che la forza della storia e dei suoi protagonisti potesse dare al suo film la spinta e la forza di essere più di quel che è. Ma 99 Homes, ad essere più del film onesto, dignitoso e lineare che è, non va mai vicino davvero, un po' appiattito e raggelato come la sua fotografia digitale.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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