50 km all'ora: recensione della commedia con Fabio De Luigi e Stefano Accorsi

27 dicembre 2023
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Due fratelli, un viaggio in motorino, il passato da elaborare per andare incontro al futuro. De Luigi scrive, dirige e interpreta questo film sincero, onesto, pieno di buoni sentimenti ma senza sentimentalismi. La recensione di Federico Gironi.

50 km all'ora: recensione della commedia con Fabio De Luigi e Stefano Accorsi

Lo confesso: per Fabio De Luigi nutro un’istintiva simpatia.
Ce l’ho da quando lo vedevo nei programmi della Gialappa’s Band nei panni di Olmo, dell’ingegner Cane o del fantastico Luigio Guastardo della Radica, nostalgico della tauromachia, o in quelli del sé stesso versione conduttore.
Mi ha divertito molto nelle due stagioni della sitcom Love Bugs che interpretava con Michelle Hunziker, e di recente nel “food travelogue” (così da fonti Amazon) Dinner Club: sia nella puntata che lo vedeva in viaggio con Carlo Cracco alla scoperta dei sapori del Delta del Po, sia nelle altre in cui animava, in coppia con l’irrefrenabile Abatantuono, le cene finali del programma.
Al cinema, per contro, non l’ho mai seguito tantissimo, ma in 10 giorni senza mamma - per fare un esempio - secondo me è bravissimo a fare quel che deve fare.
Non l’ho mai incontrato, Fabio De Luigi, non ci siamo mai parlati, ma mi piace pensare che sia davvero come lo vediamo: ironico e divertente ma mai sopra le righe, forse in fondo un po’ timido, buono e con un fondo di leggera e benevola malinconia, come il suo sguardo.
Non so se Fabio De Luigi sia così davvero, ma di certo così è il suo nuovo film, 50 km all’ora, che ha scritto, diretto e interpretato.

È un capolavoro, 50 km all’ora? Ma nemmeno per sogno.
È un film imperdibile? Non posso dire che lo sia.
È però un film che ha una sincerità, una genuinità, un’onestà tali da rimanere impresse. Un film che racconta una storia piccola, forse non originalissima (anche perché si tratta di un remake, l’originale è tedesco), ma che tocca con grande grazia e leggerezza i tasti giusti e le emozioni giuste, senza mai prendersi troppo troppo sul serio, senza mai voler essere né sfacciatamente comico né sdolcinato o lacrimevole.
Eppure, è un film capace di divertire, eccome, e perfino, se non di commuovere (anche se io di fronte alle storie di fratelli mi commuovo sempre un po’, perché penso al mio), di smuovere qualcosa di caldo e di presente che sta nei nostri cuori, prima che nei nostri occhi e nelle nostre teste.

La storia è semplicissima, e curiosa quanto basta: alla morte di un padre, due fratelli che erano e sono ancora diversissimi e legatissimi, anche se non si vedono da trent’anni, e anche se sono stati due due sponde opposte di un dissidio che ha separato la loro famiglia, accettano di compiere le ultime volontà del genitore, che chiede che le sue ceneri siano sparse sulla tomba della ex moglie. E questo viaggio, che da chissà quale remota località dell’Appennino tosco-emiliano li porterà a Cervia, dove è sepolta la madre, questi due fratelli lo faranno in sella ai ciclomotori della loro giovinezza: un Ciao della Piaggio e un Califfone della Malaguti sapientemente personalizzati del padre.

Ora, se per caso avete già visto il film, non guardatemi male, so cosa forse state pensando.
Che quel viaggio lì è qualcosa di visto e di rivisto. Che i luoghi dove i due fratelli, tra un bisticcio e l’altro, tra una rievocazione nostalgica della loro adolescenza e degli anni Ottanta e l’altra, si fanno a fermare son tutti un po’ troppo belli, fighetti, eleganti.
Che spesso i tempi e i chilometri non tornano, specie se poi si parla di una improvvisa deviazione in direzione di Milano, dove il fratello estroverso e scapestrato deve fare i conti con qualcosa di lasciato in sospeso, accompagnato da quello più rigido e ligio: “Come sei peso!”, ripete sempre il primo al secondo.

Eppure.
Eppure in questo viaggio, che è ovviamente il viaggio dove il fratello scapestrato (uno Stefano Accorsi davvero bravo e in parte, quasi sorprendente per come sia senza esuberanze inutili al servizio della storia e del suo personaggio che esclama di continuo “Diobò!”) imparerà un po’ di responsabilità, e dove quello più “peso” imparerà a reimpadronirsi della leggerezza giovanile, ci sono delle cose vere, e forse perfino belle. E chi se ne importa dei chilometri, dei tempi, delle deviazioni, del realismo.
Quelli di Rocco e di Guido, di De Luigi e di Accorsi, sono due personaggi a modo loro credibili, e in cui ci si può ritrovare, o ritrovare qualcosa e qualcuno di conosciuto. Le loro interazioni, quel loro costante tira e molla tra affetto e irritazione reciproca, funziona ed è credibile. Smuove quelle emozioni lì, in qualche modo universali, di cui si parlava prima.

De Luigi non sarà un grande regista, ma fa la sua cosa come si deve fare, e soprattutto è molto attento a non esagerare mai coi toni - comici o drammatici che siano - ma anche a dare alla sua partitura narrativa il giusto movimento, il giusto dinamismo affinché non risulti mai troppo piatta, monotona, banale.
Allo stesso tempo, la sua chiara e dichiarata voglia di omaggiare gli anni Ottanta - gli anni Ottanta dei motorini e dell’assenza di cellulari (che qui infatti non si vedono quasi mai), di canzoni come “Girls Just Want to Have Fun” di Cindy Lauper tante altre - non deborda mai in una retromania sterile e di facciata.
Perché degli anni Ottanta, a De Luigi, stanno a cuore i ricordi, le identità del passato, e quel modo di vivere più semplice, genuino e ruspante che è quello che, guarda un po’ emerge proprio dal suo film.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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