5 (Cinque) - la recensione del film

24 giugno 2011
2.5 di 5

Non era un'operazione facile, non è un'operazione perfettamente riuscita, ma i delinquenti del Quarticciolo disegnati da Francesco Maria Dominedò sono bravi a non fare troppo sul serio.

5 (Cinque) - la recensione del film

5 (Cinque) - la recensione

Ecco che nell'atmosfera di quel club di lap dance, Matteo Branciamore gettato sul divanetto con la sua giacca di pelle, un groviglio umano difficile da distinguere e i bassi che salgono insieme alla coca, arriva il déjà-vu: lo sballo dopo i colpi della Banda della Magliana.
Ecco che il romanzo popolare iniziato in tenera età dentro un riformatorio, proseguito sulla strada con lo stesso patto di sangue, ci fa tornare in mente il maledetto carretto degli hot dog di Sleepers.
E invece 5 (Cinque), dopo un po', comincia la sua personale storia di criminalità.

Non era un'operazione facile, non è un'operazione perfettamente riuscita, ma i delinquenti del Quarticciolo disegnati da Francesco Maria Dominedò sono bravi a non fare troppo sul serio.
Gianni (quello saggio), Manolo (lo schizzato), Luigi (il protettivo), Fabrizio (il bello), Emiliano (il bello e timido) sono amici romanissimi, uniti da sempre, rapinatori improvvisati nel giorno in cui gli arriva una soffiata. Da quel momento prende il via la striscia facile: denaro, donne, droga. Poi quella difficile: un morto, una valigetta blindata e loschi figuri all'orizzonte.

Il regista e attore (non qui) di horror-real movie e videoclip è certamente un amante del genere gangster e dei poliziotteschi anni '70, ma si rende conto che una versione pallida e low budget di Romanzo criminale non gli farebbe onore, così punta al fumettone. I suoi cinque attori perdono quasi completamente la loro patina televisiva per impersonare dei prototipi di criminali in ascesa. Ragazzetti ben vestiti (ma sempre con lo stesso vestito, come Paperino), ambiziosi per caso, violenti per scelta e affatto contenti di diventare professionisti. Accanto a loro si aggirano rumeni/romani, finti coreani, spagnoli sgrammaticati e hacker improbabili ("s'eravamo messi in mano a uno che s'era fatto il trapianto e nemmeno gl'aveva preso").

Se tutto questo originale (per un gangster italiano) surreale fosse rimasto costante lungo tutto il film, ne avrebbe certamente giovato anche l'intreccio narrativo risicato. Invece, forse anche per mancanza di mezzi e tempo, 5 (Cinqu)e sembra indeciso tra una seria ballata degli eccessi (pioggia di cocaina e donne sull'orlo della prostituzione) e una trama noir annaffiata di ironia (in cui non stona la mini porzione di Giada de Blanck).

Un buon intrattenimento e una regia da frenesia portami via. Stile energico, super zoomato che, a volte è funzionale, a volte è difettoso, così come l'oscurità dei night club, predominante rispetto ad una periferia romana poco vissuta. Una rapprentazione squilibrata tra il piacevole gioco dell'assurdo e una base di verità della storia che si ha paura di tradire. La sorpresa così riesce solo a metà. Non "cinque" stelle ma, come per i protagonisti, si può giocare al rialzo.
 



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