438 Days: la recensione del film svedese visto alla Festa del cinema di Roma

23 ottobre 2019
9

Un film sulla libertà di parola a partire dalla storia di due giornalisti svedesi condannati in Etiopia come terroristi nel 2011.

438 Days: la recensione del film svedese visto alla Festa del cinema di Roma

Il termine giornalista comprende una vasta categoria di individui, ma c'è una bella differenza tra chi come noi vede film e ne incontra gli autori o chi porge domande ossequiose al politico di turno e chi, invece, sceglie di indagare, approfondire, fare inchieste. Mentre a tutto il resto delle categoria può capitare tutt'al più di incappare in una giornata storta e ricevere una rispostaccia, sono i giornalisti investigativi, là fuori, ad andare sul campo e rischiare la vita per farci sapere cosa succede lontano da noi o in casa nostra. Sono quelli che danno più fastidio, in una professione adulata ma al tempo stesso scomoda e disprezzata, utilizzata dal potere quando fa comodo ma screditata quando ne minaccia i privilegi.

Una di queste storie la racconta il film svedese diretto da Jesper Ganslandt e scritto da Peter Birro, 438 Days: nel 2011 un giornalista e un fotografo entrano illegalmente in Etiopia, paese sotto un regime dittatoriale, attraverso il confine somalo. Lo scopo è quello di indagare sugli effetti che ha sulla popolazione della regione dell'Ogaden lo sfruttamento delle risorse petrolifere, che, guarda un po', vede coinvolto l'allora ministro degli esteri Carl Bildt. Dopo appena cinque giorni, il gruppo armato che li accompagna viene decimato da forze governative e i due vengono feriti e fatti prigionieri e costretti ad ammettere, con torture psicologiche, di essere terroristi. In realtà l'unica loro colpa è essere entrati in Etiopia clandestinamente. Inizia così per i due un'avventura angosciante di cui non conoscono l'esito: ostaggi del governo e invitati alla diplomazia e a tener bassa la testa per non irritare il presidente, vengono chiusi in un carcere di Addis Abeba in attesa del processo, mentre la loro situazione si fa sempre più complicata.

Martin Scibbye e Johan Persson sono solo due dei tanti giornalisti (e aggiungeremmo a loro gli operatori umanitari) rimasti vittime di giochi più grandi di loro, noi piangiamo ancora Enzo G. Baldoni e ricordiamo le vergognose esternazioni di alcuni politicanti nostrani che all'epoca dissero che era un cretino e se l'era cercata. Perché se c'è una differenza tra il nostro Paese e la Svezia risulta evidente da questo film: pur tra imbarazzi e compromessi viene fatto di tutto per liberare i due ostaggi, anche se questo inizialmente costa loro la rinuncia alla dignità. Da noi ci vogliono anni per arrivare (se ci arriveremo) alla verità sullo straziante e crudele assassinio di uno studente come Giulio Regeni. Il movente è, come al solito, economico: sopra le teste della povera gente e in generale della gente comune, che per lo più ignora il funzionamento degli accordi commerciali, scolpiti nella pietra in era di capitalismo rampante, c'è un mondo parallelo senza pietà nei confronti dei più deboli, in nome di un imprecisato bene maggiore.

Tra le molte cose che ci colpiscono in questo bel film (inspiegabilmente relegato dalla Festa di Roma in una sala minore e in orari non ottimali) c'è anche la possibilità che ci offre di vedere come funziona un carcere in cui i prigionieri sono dei poveracci: a differenza delle prigioni americane, pur nel sovraffollamento estremo, i detenuti non si scannano ma stringono legami di conoscenza e solidarietà in nome di un comune destino. Timorosi all'inizio di piombare in una situazione alla Fuga di mezzanotte, dove gli stranieri sono tutti barbari, ci troviamo invece in un centro di raccolta in cui le guardie restano fuori e i prigionieri si autogestiscono e gioiscono per il rilascio di ognuno di loro, nero o bianco che sia. Perché sanno (anche se per breve tempo vengono ingannati anche loro dalla manipolazione delle prove e dei video) che chi tortura, stupra e uccide racconta solo la realtà che gli fa comodo.

Dà da pensare che alcuni di noi presenti alla proiezione, quando il personaggio di Abdullah consegna nelle mani dell'ambasciatore il video autentico e non montato che prova come sia stata estorta la confessione ai due giornalisti, abbiano pensato che sarebbe stato insabbiate e mai diffuso in pubblico. Fortunatamente, non è così. Birro e Ganslandt, coi loro bravi interpreti Gustaf Skarsgard (altro rampollo d'arte dove il talento si propaga direttamente col DNA, visto in Vikings e Westworld) e Matias Varela (il Salcedo di Narcos 3) fanno di questa storia, come i giornalisti hanno continuato a fare dopo la liberazione, un appello alla necessità di vigilare sulla libertà di parola e di stampa. Perché è quello che non sappiamo che finisce per ucciderci e chi ricerca la verità non è uno scemo che poteva stare a casa sua, ma qualcuno che, nel suo piccolo, cerca di migliorare il mondo. In questo senso 438 Days riprende la lezione che in un tempo neanche troppo lontano il nostro cinema di impegno civile ci aveva insegnato, e che dovremmo forse tornare a frequentare.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
Suggerisci una correzione per la recensione
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming
lascia un commento