30 giorni di buio - la nostra recensione

08 febbraio 2008

Tratto da una celebre graphic novel di Steve Niles,30 giorni di buio è un horror di discreta fattura, compromissorio tra le esigenze di una grande produzione hollywoodiana e uno spirito più radicale e indipendente.

30 giorni di buio - la nostra recensione

30 giorni di buio - la nostra recensione

Premessa,doverosa: ho un debole per i film ambientati in zone fredde e isolate, meglio ancora se carichi di suspense. Debole probabilmente figlio dell’imprinting della Cosa carpenteriana, o della geniale serie tv Un medico tra gli orsi. 30 giorni di buio ricade senza dubbio in questa categoria, che di recente ha anche prodotto il buon The Last Winter di Larry Fessenden, purtroppo inedito in Italia. Ma non è solo l’ambientazione a lasciare nel complesso soddisfatti dalla visione del film di David Slade, che conferma di saper utilizzare bene la macchina da presa come già mostrato in Hard Candy (altro inedito).

Per quanto non originalissimo in situazioni e premesse, 30 giorni di buio declina infatti in maniera piuttosto interessante il classico tema dell’assedio, dimostrando di aver fatto tesoro della lezione di John Carpenter: il suo è un film costruito principalmente sull’accumulo di tensione, sulla ricerca di una via d’uscita ad una situazione disperata, pur non rinunciando a costellare il tutto con subitanee quanto divertenti esplosioni d’azione e violenza che hanno dalla loro anche un tasso di gore quasi elevato per un prodotto targato major. Ed è un film dove magari non tutti ma perlomeno alcuni personaggi sono tratteggiati con attenzione e senza cadere stereotipi eccessivi.

Interessante è ed esempio la misura con la quale si parla della storia d’amore tra il protagonista Hartnett e la bionda Melissa George, mentre ottima è ad esempio la scelta di aver fatto interpretare ad un allucinato Ben Foster il ruolo di un Renfield postmoderno, che giunge con il suo messaggio apocalittico a preannunciare la calata dei vampiri. Vampiri poi caratterizzati in maniera conseguente a quella della graphic novel di Steve Niles cui il film si ispira, ovvero come una setta segreta di post dandy metropolitani che si nutrono in gran segreto di piccoli villaggi per non rendere palese al mondo la loro esistenza.

Ma è soprattutto nel finale (attenti allo spoiler) che 30 giorni di buio sorprende maggiormente, con una scelta da parte del protagonista che in tempi come quelli che viviamo ha risvolti politici piuttosto interessanti: che per battere un nemico alieno e minaccioso l’unica soluzione sia quello di contagiarsi volontariamente, di diventare l’altro, è qualcosa che contiene in sé motivi d’interesse. Peccato che questa scelta non porti con sé un’adeguata comprensione della diversità che si è inoculata, e che sia destinata ad essere un gesto eroicamente suicida.

Ma nel film di Slade tutto questo non è presa di posizione reazionaria, come in Io sono leggenda, quando amarissima presa di coscienza di un dato di fatto che al momento pare davvero ineliminabile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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