200 metri: la recensione del film di Ameen Nayfeh

18 agosto 2022
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Dopo aver ricevuto il Premio del Pubblico alle Giornate degli Autori a Venezia 77, e lusinghieri premi in altri festival internazionali, 200 metri arriva in sala il 25 agosto, distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.

200 metri: la recensione del film di Ameen Nayfeh

Tutto è molto semplice. Tutto è molto complicato.
Complicata è la questione israeliano-palestinese, semplice è comprendere l'assurdità e l'inumanità di un muro che separa famiglie, affetti, relazioni e legami, e che rende una manciata di metri, i duecento di questo primo film di Ameen Nayfeh una distanza insormontabile da percorrere anche in caso di estrema necessità, di fronte a un figlio che ha avuto un incidente e un padre che deve correre al suo capezzale.
Esigenze fondamentali, bisogni primari, cose semplici, con le quali Nayfeh dona universalità e accessibilità totali al suo 200 metri, che è un film dove la politica è tanto più presente quanto più sembra assente dal racconto, e dove la politica finisce per essere quella della cosa che forse dovrebbe essere più spesso, ovvero non massimi sistemi, ma pratica della vita quotidiana.

Tutto è molto semplice, in 200 metri, che in buona sostanza è la storia di un uomo che si trova costretto a una piccola odissea, costellata di incontri drammaturgicamente utili, per raggiungere il suo bambino in ospedale. Tutto è molto complicato, in 200 metri, perché ovviamente a quest'uomo, che è interpretato da un attore molto bravo che si chiama Ali Suliman, protagonista di un tour de force da attore molto sobrio e molto intenso, a quest'uomo ne accadranno di tutti i colori.
Peripezie che stanno lì a illustrare, ad arte, la natura paradossale e surreale di quel muro, di quella situazione, di uno stallo nato non da un pareggio ma da una sproporzione inaudita tra le forze.

La linea sulla quale procede Nayfeh è sottile, a rischio caduta, e da entrambe le parti il fossato in cui si cade è quello di un didascalismo eccessivo, figlio della semplificazione. però questò giovane regista palestinese, che si vede parla di cose che conosce bene, e che ne parla a ragion veduta, rimane sempre in equilibrio grazie all'assenza di ambizioni eccessive, alla consapevolezza che il passo più lungo della gamba no, lì, camminando su quella linea sottile, non è possibile farlo.

200 metri, allora, procede a piccoli passi, sempre attento a rimanere nell'alveo di quella semplicità - anche nella lingua del cinema - che permette alle tante figure e situazioni esemplari di non essere gravate da un peso metaforico eccessivo, stando sempre aggrappato all'essenzialità dei sentimenti più basilari del sentire umano.
"Devo andare da mio figlio" è il mantra del protagonista, di fronte a ogni intoppo, lite o avversità.
Quel sentimento, quel bisogno, così sottile e acuminato, si fa strada con facilità nello spettatore, e lo conquista. Più di tanti discorsi e tante parole di film più esplicitamente complessi e politici.
Alla fine, tutto è una questione di luci che si accendono, di distanze che si accorciano, di padri che farebbero di tutto per i loro figli.

200 Metri
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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