1945: recensione del dramma sul ritorno in Ungheria degli ebrei dopo la Shoah

02 maggio 2018
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In un piccolo paese il riapparire di due ebrei ortodossi scatena sensi di colpa recenti.

1945: recensione del dramma sul ritorno in Ungheria degli ebrei dopo la Shoah

Il cinema si adegua alla storiografia e negli ultimi anni sta affrontando un’epoca cruciale della storia recente, la Seconda guerra mondiale e l’Olocausto, attraverso il racconto di cosa accadde immediatamente dopo. Dall’Ungheria arriva ora nelle sale 1945 di Ferenc Torok, dopo un passaggio alla Berlinale e il premio per il miglior film sull’Olocausto al Festival di Gerusalemme. In un caldo giorno di agosto del 1945, mentre l’Ungheria è occupata dai sovietici e ci si prepara alle elezioni politiche, un treno arriva in una piccola stagione in mezzo alla campagna. Giusto il tempo di far scendere qualche militare in licenza che la figura di due uomini, uno giovane e l’altro anziano, attirano l’attenzione dei pochi presenti, su tutti il capo stazione. Sono due ebrei ortodossi che scaricano delle casse e si avviano con due facchini su un carretto verso il paese più vicino. Proseguono a piedi, a pochi passi dal loro carico, con il cappello e una giacca pesante elegantemente portati. Poche ore dopo, in paese, è previsto il matrimonio del figlio del vicario del posto, unico ufficiale pubblico di riferimento. Sono settimane in sospeso verso un passato che si fa fatica a lasciarsi alle spalle e la ricerca di ‘un mondo nuovo’; una dinamica che vale per tutto il continente, ancor di più per l’est, stretto fra le due dittature e protagonista dei maggiori massacri dell’Olocausto.

Possibile che l’equilibrio raggiunto in quel microcosmo così periferico sia sconvolto dal semplice arrivo di due uomini e di un paio di casse dal contenuto poco chiaro, nonostante la scritta essenze? I militari sovietici osservano i nuovi venuti e in paese si sparge la voce in fretta. ‘Stanno tornando’, si dicono, a sottolineare come quella realtà, e migliaia di altre simili, era da secoli caratterizzata da ebrei in (apparente) quieto vivere quotidiano insieme alle comunità cristiane. La paura e il sospetto del vicino o addirittura del coniuge tornano a diffondersi, così come durante gli anni della guerra e dello sterminio a pochi passi, ignorato con omertà e spesso trasformato in occasione per rifarsi sui beni di chi veniva deportato o partiva per obbligo.

Pieno di simbolismi anche biblici, il film di Torok segue la lunga, silenziosa e lenta marcia di questi due uomini, con un bianco e nero neutro e un passo che rimanda alle marce dei sopravvissuti raccontate da Primo Levi ne La tregua. Tradimenti, paure, segreti e vendette si scatenano in quei brevi minuti, rimandando alla piccolezza dell’essere umano di fronte a sfide morali di questa portata. Una piccolezza da difendere imbracciando i forconi, istintivamente, come non fosse passato che un minuto dai mesi della deportazione.

Un treno apre il film e uno lo chiude, mezzo moderno complice inconsapevole per eccellenza della Shoah, quasi a emendare le proprie colpe scortando la dignità di chi vuole solo ricordare secondo tradizione la famiglia sterminata. Un fumo che sale denso dalla locomotiva, all’inizio come alla fine, verso lo stesso cielo che ha osservato silente tutto quanto accadeva in quello, come in tanti altri paesi simili.

1945 ci porta in un mondo sospeso, in cui le piccolezze dell’uomo alle prese con i propri istinti più biechi sono ancora vive, in cui l’elaborazione di quanto accaduto più o meno lontano dagli occhi e dal cuore della maggior parte della popolazione è ancora di là da essere metabolizzato e una realtà al bivio si preparava a sostituire un dominio liberticida con un altro, nella passività di una popolazione indifferente o troppo esausta. Come Il nastro bianco raccontava attraverso una piccola dimensione quasi da laboratorio un paese che perdeva i propri riferimenti morali, 1945 ci porta nello spaesamento di chi si trova nell’occhio del ciclone senza rendersene conto, troppo vicino per mettere a fuoco il passato e troppo spaventato per costruirsi un futuro diverso.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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